Dall'archivio D'ARS

Giuseppe Penone. Essere natura

Fresca di stampa per Electa Edizioni la prima monografia completa sull’opera di Giuseppe Penone, tra i più importanti protagonisti dell’arte contemporanea che vanta riconoscimenti in Italia e all’estero. Dopo l’appartenenza a una delle principali neoavanguardie italiane quale l’Arte Povera, Penone ha proseguito il suo peculiare percorso, che pare essersi espanso per “cerchi concentrici” (proprio come le età degli alberi, indiscussi protagonisti delle sue opere), attorno a un nucleo di pensiero originario. Il volume, che ospita scritti di autori vari – compresi quelli dello stesso Penone -, è organizzato intorno ai sette temi rappresentativi della sua opera: il respiro, lo sguardo, la pelle, il cuore, il sangue, la memoria, la parola. Sette parti di un grande corpo nelle quali abitare l’intero corpus di opere dell’artista, che sin dagli esordi ha incentrato il proprio fare e la propria poetica sullo scambio identificativo con la natura, intesa e usata non tanto come simbolo quanto come materiale vivo, concreto, da toccare plasmare, lavorare, di-segnare, riportare alle origini e – allo stesso tempo – originare. Non si tratta certamente di stabilire un qualche inventario delle cose nascoste della natura –  scrive Laurent Busine nel suo saggio introduttivo – (…) bensì di entrare, tramite la scultura (…) nell’enigmatica organizzazione del mondo. Tale penetrazione dell’enigma è una forma di conoscenza particolare, che passa solo in parte attraverso l’intelletto e molto attraverso i sensi: se vogliamo Penone estrinseca il pensiero filosofico di  Merleau-Ponty quando individua nel corpo lo strumento primario di conoscenza del mondo, sottolineando il legame inscindibile tra il soggetto e ciò che esso percepisce. Ma l’artista va oltre, “assorbe la natura e se ne fa assorbire”. Il gesto che innesca tutto il processo é dunque inevitabilmente un atto antropocentrico, al quale segue la ricerca di un superamento, almeno a livello simbolico (visto che tale superamento appare sempre più utopico) e dunque l’assunzione del rischio di cadere nell’illusione/consapevolezza che siamo davvero un tutt’uno. Giuseppe Penone guarda avanti, pur restando nel DNA un “classico”, un artista-cerniera, che rappresenta cioè l’ultimo dei classici e il primo dei bioartisti, il quale, seppur non perdendo del tutto la dicotomia di partenza, soggetto/oggetto, uomo/natura, da quest’ultima si fa inglobare, inglobandola. Se esiste una certezza, essa sta in questa intenzionalità: quando Penone incide l’alfabeto sul filone di Pane e lo dà in pasto ai piccioni in un ideale condivisione del “verso” non pensiamo alla reciprocità dello scambio, ma riconosciamo un atto di immensa portata estetica e poetica che ci conduce al significato profondo di una ricerca autentica (la volontà di un rapporto paritario tra la mia persona e le cose è l’origine del mio lavoro, scrive nel 1969).

Rovesciare i propri occhi, 1970
Rovesciare i propri occhi, 1970

Dunque, “Ritornando alle cose”, il corposo volume dedicato a Giuseppe Penone – oltre a un ricco apparato  testuale-  raccoglie esaurienti  testimonianze  fotografiche di tutto il percorso dell’artista e di quelle opere che tutti ricordiamo, ripartite, come si diceva, in analogia ai grandi temi che della partitura sono state le note dominanti.  Si inizia dunque dal respiro: tutto respira, l’uomo, le pietre, la tempesta. Penone rende visibili i “soffi”, le impronte che essi lasciano nelle cose e si fanno vasi o strumenti musicali simili a ocarine;  i polmoni fatti di foglie e le foglie che si fanno polmoni. E poi Lo sguardo, che rimanda subito all’opera emblematica, non a caso messa in copertina, Rovesciare i propri occhi (1970); un’opera magnetica, forte e sintetica. Le lenti specchianti accecano ma restituiscono allo spettatore il paesaggio che l’artista non vede. Un gioco di rimandi e di visioni dove introspezione/estrospezione non sono un conflitto dialettico. Significativi anche i lavori sulle impronte delle palpebre, le gigantografie di esse atte a rivelarne le mappe, le analogie con i paesaggi che quelle palpebre, alzandosi come tende sulla realtà esterna, rivelano. Con lo sguardo l’uomo tocca il mondo e lo fa attraverso la pelle: pelle come membrana, comunicazione, difesa, limite. Ma è proprio la pelle che consente il con-tatto, dunque il nostro strumento di dialogo con l’altro da noi. In questa macrocategoria si inseriscono tutte le opere che comprendono i calchi e soprattutto le impronte. Impronte che l’artista lascia sulle pietre, sulle foglie, soprattutto nella serie di lavori dal titolo “svolgere la propria pelle”(1970) dove Penone svela la propria pelle rivelando quella del marmo, delle pietre, dei vegetali.

Così, attraverso questo lavoro per cerchi concentrici, possiamo arrivare al cuore: un altro tentativo di antropomorfizzare la natura per possederla, e farsi possedere. L’artista scava nella trave in legno ricercando l’albero, per forza di levare, cercando di entrare nel cuore del tronco, come in spasmodica ricerca di una verità che mai verrà del tutto rivelata, ma soltanto evocata. Continuerà a crescere tranne che in quel punto sono mani di bronzo che stringono giovani alberi, impedendo loro di svilupparsi. L’albero, però, cresce ugualmente, inglobando la scultura nella propria carne. Un’opera “violenta” che narra di ancestrali “lotte” dell’uomo contro il tempo e contro la “durata”, una sfida che prosegue attraverso impronte, calchi del proprio corpo, del proprio volto impressi su vegetali e minerali.

“La concezione del tempo che ha una farfalla, un fiore, un albero, un animale un uomo, una pietra, una montagna, un fiume, un mare, un continente, un atomo, produce la varietà infinita del pensiero e delle forme dell’universo”. (1972)

In questi corpi non cessa di scorrere il sangue, linfa vitale, acqua, resina, flussi che determinano il nostro esistere così come quello di tutti i mondi animati o inanimati: infatti, anche il marmo ha delle venature. In Anatomia 6 (1994-2000) nelle vene ricavate nel marmo l’artista incanala dell’acqua.  Anche il bronzo è materia vivente: si ossida e diviene verde, avvicinandosi al mondo vegetale. E proprio l’antica tecnica di fusione del bronzo prevede l’uso di di cannule e condotti, di calchi e di impronte, di caldo e di freddo.

“Le vene d’acqua che sgorgano dal terreno scorrono in rivoli che confluiscono, come i rami nel tronco nella matrice di un albero” (2000).  Le opere di Penone riflettono sull’origine fluida di tutta l’esistenza.

Cedro di Versailles, 2000-2003
Cedro di Versailles, 2000-2003

La memoria è l’inscindibile legame con il tempo, è parte della coscienza. Una memoria che non sta solo nei ricordi della mente ma anche nei nuclei cellulari, nelle infinite percezioni che ci accompagnano fin da prima della nascita, nell’utero materno. Significativi tutti i disegni eseguiti a sanguigna che riproducono la parte interna del cranio. Nel cervello stanno le nostre in-formazioni, eppure il cervello è un organo che non avvertiamo, non percepiamo, è un organo silente. Su queste opere esiste un bellissimo saggio di Georges Didi-Huberman, dal titolo être crâne – lieu,contact, pensée, sculpture che ben “legge” l’opera di Penone dedicata a queste singolari impronte, definendole“fossili del cervello” e individuando il cranio come punto di contatto con il pensiero- e le opere in questione come

Essere fiume (presente anche a Documenta di quest’anno) è un’altra opera chiave sul tempo-memoria: Penone preleva dal letto di un fiume una pietra e ne scolpisce una identica. Ciò che il movimento dell’acqua ha prodotto in un tempo indeterminato, viene ri-prodotto dall’artista in una contrazione di spazio, tempo e memoria a misura (o limite?) d’uomo/artista.

 “La concezione del tempo che ha una farfalla, un fiore, un albero, un animale un uomo, una pietra, una montagna, un fiume, un mare, un continente, un atomo, produce la varietà infinita del pensiero e delle forme dell’universo”.(1972)

E infine, la parola, l’alfabeto inciso tra gli alberi o sul pane e la parola che l’artista usa per scrivere le proprie riflessioni, per raccontare le origini delle proprie opere. Gli alfabeti di Penone sono lontani dall’arte concettuale, perché non si astraggono mai dalla materia. Quando egli usa questi segni lo fa intendendoli come figurazione del linguaggio umano, sistema di segni e suoni da integrare e inglobare nella complessità del mondo, per poter, ancora una volta, essere natura.

 Cristina Trivellin

D’ARS year 52/nr 212/winter 2012

 

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