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Il ritorno di Isao Takahata con “Jarinko Chie”

Prosegue il nostro racconto sulle origini dello Studio Ghibli. Siamo all’inizio degli anni ’80 quando Isao Takahata torna sul grande schermo con due lungometraggi di successo: Jarinko Chie (1981) e Goshu il violoncellista (1982).

In un periodo di grande diffusione degli anime giapponesi sul mercato europeo la TMS Entertainment apre la sua produzione anche a collaborazioni estere, tanto che la RAI, messa in difficoltà dal successo dei cartoni animati trasmessi sulle reti commerciali, propone una co-produzione allo studio nipponico.

È così che nel 1981 ha inizio la (s)fortunata produzione della serie Il fiuto di Sherlock Holmes, che ha portato alla collaborazione tra due grandi team: quello di Conan il ragazzo del futuro (1978) guidato dall’ormai affermato Hayao Miyazaki, e lo studio Rever della famiglia Pigot – creatori tra gli altri di Calimero (1963) – primo studio italiano ad aver prodotto un lungometraggio animato. Miyazaki realizza i primi sei episodi poi, a causa di alcuni attriti, abbandona la produzione. La serie sarà ultimata e trasmessa nel 1984 ma non avrà molto successo a causa di una programmazione frammentaria della RAI.

Negli stessi anni Isao Takahata, ultimate le produzioni meisaku di Heidi (1974), Marco (1976) e Anna dai capelli rossi (1979), torna finalmente sul grande schermo con l’adattamento cinematografico del famoso manga Jarinko Chie (Chie la monella 1978 – 1997) di Etsumi Haruki.

La monella Chie è una bambina che vive a Osaka, la madre è scappata di casa in piena notte a causa dello stile di vita del padre, infantile giocatore d’azzardo sempre dedito alle risse da strada. Chie gestisce da sola il ristorante di famiglia e nonostante si senta “la bambina più sfortunata di tutto il Giappone”, vive la sua vita con incredibile vivacità e fierezza.

Quello che Takahata in quasi due ore di film ci dipinge è un ritratto dei bassifondi di Osaka, riuscendo a farci respirare la sua atmosfera, l’aria dei suoi vicoli brulicanti di vita, e mostrandoci la presenza di un forte senso della comunità, dove tutti gli abitanti si conoscono tra loro e si supportano a vicenda nelle difficoltà. A differenza dei precedenti meisaku infatti, il soggetto e l’ambientazione sono assolutamente nipponici ed evidentemente la resa estetica ed emotiva è più coinvolgente.

scena tratta da Jarinko Chie di Isao Takahata, TMS Entertainment, 1981
scena tratta da Jarinko Chie di Isao Takahata, TMS Entertainment, 1981

Jarinko Chie è un’opera particolare che ha l’aria di essere quasi un esperimento, alternando risate a lacrime e vita reale a personaggi irreali. Infatti in un girato per lo più caratterizzato da scene comiche Takahata inserisce alcuni dettagli di magnifica sensibilità intimista, come quando Chie, durante un viaggio in treno con i suoi genitori, inizia a cantare a squarciagola per sopperire al silenzio dei due che rifiutano di parlarsi. Oltre ai problemi della vita quotidiana dei personaggi Takahata aggiunge una micro-storia di vendetta surreale che vede lo scontro tra due gatti feroci che, per i più appassionati della filmografia del regista, non può non ricordare il futuro capolavoro Pom Poko (1994). Il film, mai diffuso in Italia, ha avuto un buon successo in Giappone, tanto da produrre successivamente una serie tv di 39 puntate, sempre sotto la direzione di Isao Takahata, trasmesse tra il 1981 e il 1983.

scena tratta da Jarinko Chie di Isao Takahata, TMS Entertainment, 1981
scena tratta da Jarinko Chie di Isao Takahata, TMS Entertainment, 1981

Il secondo lungometraggio degli anni ’80 è Goshu il violoncellista, pellicola sperimentale prodotta dallo studio Oh! Production nel 1982. Alla regia di Takahata si affiancano le animazioni di Kazuo Komatsubara, ex collega presso la Toei Animazion e fondatore della stessa Oh! Production, e i fondali del pittore Mukuo Takamura.

Il soggetto è tratto dall’omonimo racconto per bambini di Kenji Miyazawa, uno dei più noti scrittori nipponici, e racconta la storia del musicista Goshu, un ragazzo insicuro e modesto che vive da solo in campagna. Il violoncellista entra a far parte di un’orchestra ma il direttore lo reputa troppo inesperto per poter affrontare da lì a dieci giorni il concerto in cui suoneranno la sesta sinfonia di Beethoven. Così Goshu passerà tutti i giorni successivi a esercitarsi in casa, ricevendo la visita di alcuni animali che, con la scusa di voler imparare da lui, gli insegneranno a capire a fondo la musica e gli elementi da cui è composta, tanto da sostenere una perfetta esecuzione al concerto.

scena tratta da Goshu il violoncellista, Oh! Production, 1982
scena tratta da Goshu il violoncellista, di Isao Takahata, Oh! Production, 1982

Nonostante la semplicità della trama il film ha richiesto ben otto anni di lavoro e il risultato è un capolavoro tecnicamente sbalorditivo, che vede una perfetta simbiosi tra musica e immagini. Infatti ogni brano suonato sia dall’orchestra che da Goshu in solitaria viene immerso in un contesto visivo del Giappone anni ’30, con gli splendidi paesaggi dipinti da Takamura che vanno dalle tonalità vibranti della natura durante un temporale ad acquerelli dai colori tenui quasi impalpabili. Dai bellissimi disegni del character designer Komatsubara nascono le animazione fluide che ricreano alla perfezione il virtuosismo dei musicisti e contribuiscono a rendere questo film un gioiello dell’animazione nipponica.

scena tratta da Goshu il violoncellista di Isao Takahata, Oh! Production, 1982
scena tratta da Goshu il violoncellista di Isao Takahata, Oh! Production, 1982

Grazie a Jarinko Chie e a Goshu il violoncellista Takahata si afferma ufficialmente come un grande artista nel mondo degli anime, in grado di estetizzare con profonda sensibilità un’ampia gamma di sentimenti umani, dimostrando inoltre la volontà di scegliere per ogni suo lavoro dei soggetti sempre più complessi sia in termini di resa visiva che per le possibili chiavi di lettura.

Claudia Caldara

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