Dall'archivio D'ARS

Iran Inside Out

L’arte al di fuori dei dogmi ufficiali è sempre stata vista come una pericolosa voce di protesta nei regimi autoritari del Novecento e come un tramite immediato per trasmettere idee, sensazioni e immagini “degenerate.” In una nazione come l’Iran, che vede il dominio di una ideologia assolutistica e dove il 6% della popolazione ha meno di trent’anni, è particolarmente interessante osservare come i giovani artisti cerchino di trovare un’espressione individuale e innovatrice, riflettendo al contempo nel loro agire i temi fondamentali del loro essere collettivo. Le nuove generazioni si rispecchiano in una società scossa da contrasti, da una parte cosmopolita e desiderosa di aprirsi al mondo e dall’altra ancorata a schemi arcaici e premoderni, presentando essi stessi un’ambivalenza in cui si mescolano i legami con la tradizione e i desideri di rivolta e di rottura.

Newsha Tavakolian, Maria, 2007 Fotografia, courtesy Aaran Gallery, Tehran
Newsha Tavakolian, Maria, 2007
Fotografia, courtesy Aaran Gallery, Tehran

Questo dualismo è stato messo in evidenza nella mostra “Iran Inside Out,” che si è tenuta al Chelsea Art Museum di New York dal 26 giugno al 5 settembre. L’esposizione, organizzata dal curatore Sam Bardaouil e dal direttore del museo Till Fellrath, ha aperto una riflessione sull’arte iraniana odierna, campo di indagine quasi completamente inesplorato. La rassegna comprendeva duecentodieci opere di pittura, scultura, fotografia e video di una cinquantina di artisti iraniani giovani ed emergenti: almeno la metà di questi come Vahid Sharifian, Barbad Golshiri, Farideh Lashai and Jinoos Taghizadeh vivono e lavorano in Iran, mentre gli altri, tra cui Shirin Neshat, Shahram Entekhabi e Mitra Tabrizian abitano all’estero, dove è per loro più facile esprimere liberamente la propria creatività. La mostra è stata pensata per essere predisposta nel trentesimo anniversario dalla rivoluzione iraniana del 1979; la data dell’inaugurazione è tuttavia coincisa casualmente con le elezioni in Iran e con le conseguenti manifestazioni che  hanno invaso le strade di Tehran. A seguito dei tumulti la comunicazione con gli artisti residenti in Iran è risultata difficile e soltanto la pittrice Farideh Lashai è riuscita ad avere un permesso per raggiungere New York e vedere le proprie opere esposte.

Shirin Aliabadi, Farhad Moshiri, We are all americans, 2006 Fotografia, collezione privata di Shehab Gargash, courtesy The Third Line, Dubai
Shirin Aliabadi, Farhad Moshiri, We are all americans, 2006
Fotografia, collezione privata di Shehab Gargash, courtesy The Third Line, Dubai

Nonostante le tendenze artistiche espresse da questi giovani siano contrastanti e variegate, è possibile individuare temi comuni. Un elemento che avvicina la produzione di tutti gli autori è la riflessione sull’Iran come nazione: la sua storia, i suoi conflitti, le sue ambiguità e i suoi tabù. Paura, ansia, violenza emergono nella maggior parte delle opere esposte. L’omosessualità, il ruolo della donna, la repressione della polizia, il conflitto con l’Iraq sono alcuni degli argomenti dominanti delle opere. Si concentra su queste tematiche Abbas Kousari, editore di un giornale a Tehran (nove delle quattordici testate giornalistiche per cui ha lavorato sono state chiuse dalle autorità negli ultimi anni), che ha presentato fotografie di bodybuilders iraniani in atteggiamenti ambigui e poliziotte iraniane coperte dallo shador. Nella foto Women Police Academy una figura nera senza volto si staglia su una strada urbana anonima. Il pudore della veste stride violentemente con la pistola che la donna rivolge al cielo. Il velo virtuoso si trasforma in una divisa aggressiva. Le donne sono forse il simbolo più evidente della società spaccata e schizofrenica: colte, di carattere forte e battagliero le iraniane sono tuttavia schiacciate in ruoli secondari in cui atteggiamenti indipendenti sono visti come pericolosi e asociali. Si focalizza sul ruolo della donna anche Shirin Fakhim, operante a Tehran, che recupera oggetti e vestiti trovati in strada per realizzare le sue Tehran Prostitutes. Questi pupazzi a grandezza naturale sono assemblaggi di tessuti, oggetti domestici, corde, parrucche, veli, biancheria intima e stivali. Con tali configurazioni quasi grottesche l’artista evidenzia l’ipocrisia che circonda l’industria del sesso. Vuole mettere l’accento sulla prostituzione in Iran, fenomeno che, al contrario di quanto vorrebbe far credere il governo puritano e moralizzatore, coinvolge oltre 100,000 ragazze solo nella capitale. Molte di queste donne sono state spinte alla prostituzione a seguito di violenze domestiche, per un’estrema povertà o per la perdita dell’uomo durante la guerra. Altre ancora considerano la professione come un atto di protesta civile, in risposta alle soffocanti leggi religiose vigenti nel loro paese.

Newsha Tavakolian, fotoreporter ventottenne, predilige raccontare storie dei suoi compatrioti, immortalando vedove di guerra, militari, donne e bambini. Nella serie fotografica Maria l’artista ha voluto documentare la vita quotidiana di un transessuale a Tehran, situazione piuttosto diffusa in Iran dopo che l’ayatollah Khomeini ha legalizzato gli interventi per cambiare sesso. Maria prima di operarsi si chiamava Asgar ed era un camionista con moglie e figli. Dopo l’intervento chirurgico era riuscita a stare vicino ai suoi figli, fingendosi una zia lontana con l’aiuto della ex moglie. Simulazione che durò poco, in quanto un magazine di gossip iraniano rivelò la sua vera identità. Da quel momento Maria vive in un piccolo appartamento di Tehran e si trova in una situazione di completa solitudine, abbandonata dalla famiglia e impossibilitata, in quanto donna, a tornare alla sua antica professione.

Un accento diverso appare nelle opere di Shirin Aliabadi e Farhad Moshiri. Nella serie fotografica Operation Supermarket usano uno stile volutamente pop mettendo in risalto il nostro feticismo verso il prodotto da supermercato e per spostare l’attenzione sul consumismo e sulla globalizzazione. Essi accostano prodotti comuni trovabili in qualsiasi supermercato come detersivi o scatole di cereali per comporre frasi come “Families ask why” o “Shoot first make friends later.” Nell’opera We are all Americans gli autori criticano l’americanizzazione di ogni società, suggerendo la nostra fascinazione per qualsiasi cosa sia americano.

Vera Canevazzi

D’ARS year 49/nr 199/autumn 2009

 

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