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Jan Dibbets. Un’altra fotografia

Percorrendo le dodici rampe di scale che conducono al punto più alto del castello di Rivoli, fino al 13 luglio, si giunge nel mondo delle idee della fotografia.
Un luogo dove non solo il pensiero e il progetto della foto precedono lo scatto, ma dove il soggetto stesso è un pretesto per una riflessione concettuale sul mondo.
Il titolo della mostra Un’altra fotografia ci dice che cogliere l’attimo accidentale o un’immagine perfettamente fotogenica non è quello che interessa a Jan Dibbets. La fotografia di Dibbets non cerca di rappresentare quello che si vede materialmente, ma come noi vediamo, facendoci riflettere sui vari aspetti che regolano la nostra percezione. Il fine potrebbe essere quello di mettere alla prova le nostre certezze, ma, in definitiva, l’effetto è quello di ampliare la profondità con la quale ci relazioniamo col mondo grazie all’aumentata consapevolezza che questa esperienza genera.

GALLERY DELLA MOSTRA

Prospettiva
Se in pittura la prospettiva è stata una conquista, in fotografia è un fatto automatico. Per manifestarla, Dibbets progetta nei suoi primi lavori di fine anni ’60 una distorsione del soggetto fotografato, in modo da rappresentarne la forma ideale sulla pellicola.
In Perspective Correction – Circle of Poles without Rope, 1969, vediamo piccoli paletti equidistanti conficcati nel terreno a formare un cerchio e dal progetto capiamo che sul terreno è stata tracciata un’ellisse e che le distanze tra i paletti sono specifiche. Perspective Correction – square in grass, Vancouver, 1969, è ancora più sorprendente: Dibbets scava nel terreno erboso una forma geometrica che percepiamo come un quadrato. Dalla sola foto, in assenza del progetto, non saremmo in grado di capire che è stato fisicamente scavato un grande trapezio. In Perspective correction – Horizontal, vertical, cross, 1968, l’artista presenta il caso limite: la linea verticale centrale dell’immagine e quelle orizzontali non distorte dalla prospettiva.

Orizzonte
Connesso alla prospettiva, come luogo dei punti di fuga e riferimento stabile della visione, è l’orizzonte. Dibbets prende come soggetto il paesaggio dell’Olanda, da cui proviene, senza però alcun oggetto geometrico in primo piano che possa interferire. La linea di separazione varia, secondo lo studio, in tutte le combinazioni di cielo, mare e terra. In Horizon – Sea, 1971, l’artista sperimenta dieci altezze dell’orizzonte con una proporzione variabile tra mare e cielo, Questo processo prosegue con altri studi come Sea – Horizon 0° – 135° (Mare – orizzonte 0° – 135°). Infine, nel video a doppio canale Horizon III – Sea, 1971, l’orizzonte perde completamente ogni sua caratteristica: si trova ad altezza variabile, è mobile, inclinato e, per via dei due video, non è nemmeno unico: non abbiamo più alcun dubbio su cosa sia l’orizzonte.
Quando l’orizzonte perde il suo senso di fissità, le diverse immagini a due colori cielo-mare / mare-terra / cielo-terra diventano per l’artista un alfabeto con cui costruire, mediante collage, immagini di mondi surreali, nelle quali, per esempio, si possono vedere le montagne olandesi in “Double Dutch Mountain -Sea “ 1971, fino a raggiungere la completa astrazione in “Comet Land/Sky/Land 6°- 72°”, 1973.

Spazio
Il collage fotografico lungo un arco, nel caso dell’orizzonte, aveva cominciato a dare l’idea che il mondo dell’osservatore non fosse infinito, ma avesse dei limiti.
Questi limiti si stringono fino a creare la forma di un pianeta isolato nei lavori degli anni ’80. Questi ritraggono per lo più le superfici-limite dei luoghi chiusi: soffitti e pavimenti. La serie di scatti, montati su tavola monocroma, compone l’ immagine con un processo che è simile a quello che facciamo quando ruotiamo la testa per cogliere le successive parti di un soggetto. L’immagine non è mai completamente chiusa e da “Self-portrait as Photographer” ipotizziamo che lo spazio aperto sia quello occupato dal fotografo: la parte centrale mancante corrisponde alla sagoma di una testa. In questo spazio, a volte, Dibbets traccia alcune linee a matita che riprendono la geometria del soggetto; non è un’operazione esaustiva, ma un invito allo spettatore a completare l’immagine. Del resto, molto di quello che vediamo dipende da noi e non dal soggetto e, forse, quella sagoma vuota è proprio il posto che nella foto è occupato dallo spettatore.
Le fotografie degli anni ’90 hanno come soggetto quelle finestre che in architettura sono chiamate “oculi”. Da un dualismo esterno / interno dell’edificio si arriva rapidamente alla metafora nella quale l’occhio diviene soglia tra mondo e mente.

Luce – Tempo
La luce è l’essenza stessa della fotografia. Se da un singolo fotogramma statico la cosa può non manifestarsi, realizzando una serie di fotografie ad intervalli regolari con la stessa inquadratura il concetto è reso evidente. In “The shortest day at my house in Amsterdam”, 1970, il soggetto è la luce continuamente diversa del solstizio d’inverno. In “Shadows on the Floor of the Sperone Gallery”, 1971, la proiezione variabile della luce e delle ombre comunica il senso del trascorrere del tempo. Ancora una volta il soggetto è un concetto; del resto, per Dibbets  “una fotografia non produce un’immagine, registra gradazioni di luce.”

Colore
La fotografia-icona della mostra è un monocromo rosso. In realtà, la carrozzeria dell’auto fotografata nel 1976, ristudiata e stampata ingigantita nel 2013, per via della superficie lucida e non piana riporta molti rossi con sfumature che vanno dal nero al bianco, punti di saturazione del mezzo fotografico, ed è, quindi, solo idealmente monocroma. Proseguendo nella stessa sala troviamo immagini simili di altri colori; con un minimo di attenzione ci accorgiamo che l’immagine di base è la stessa e che solo il colore è diverso. Il colore, proprietà dell’oggetto, oggi digitalizzato, è diventato dimensione misurabile, modificabile e ri-sintetizzabile. Non siamo più certi che la foto originaria sia rossa, perché potrebbe essere gialla, verde, blu, nera o argento, ma questo non importa: nel mondo delle idee pensare ed essere sono la stessa cosa.
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Marco Brianza

Jan Dibbets. Un’altra fotografia / Another Photography
A cura di Marcella Beccaria. 8 aprile– 13 luglio 2014
Castello di Rivoli – Museo d’Arte Contemporanea

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