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La videoarte nel mondo del software

Al Macro di Roma si è fatto il punto sulla situazione della videoarte oggi in un Convegno, accompagnato da una rassegna, Audiovisioni digitali, video e ricerca artistica oggi. E soprattutto sui nuovi lavori  “techno-conscious” presenti nella rassegna La Videoarte nel mondo del software, che raggruppa lavori di diverse origini e forme linguistiche. Il punto in discussione è la presenza ormai generalizzata dell’uso dei software di manipolazione dell’immagine e la loro influenza sul linguaggio. Mentre il video diventa uno strumento di lavoro nelle gallerie d’arte e si piega a tutte le forme espressive richieste dalle infinite varianti del contemporaneo, si riformano gruppi di ricerca e diffusione di una forma linguistica che non ha ancora trovato una forma di autonomia come distribuzione e valore. Una di queste associazioni è CARMA – Centro d’Arti e Ricerche Multimediali Applicate, che organizza a Roma rassegne e incontri.

Lino Strangis, A new big bang, still dal video, 2012
Lino Strangis, A new big bang, still dal video, 2012

 

Il  convegno e la rassegna collocano il progetto in una prospettiva molteplice. Da una parte la riflessione sulla storia del video e sulle sue implicazioni, dopo l’invasione delle tecnologie digitali, sembrerebbe superata. Ma non è certo quale sia il “punto d’assorbimento” delle tecniche digitali nel linguaggio, per cui la frontiera di senso e sensibilità creata da un nuovo software riserva sempre delle nuove sorprese. Considerando l’uso delle tecniche un elemento significativo del mezzo (a differenza di molti che calano il problema nel termine Arte e stop) mi sembra importante che si ricominci a discutere su cosa sia il linguaggio al di fuori della sua immersione (fusione?) nell’arte contemporanea. Non è un caso che fra gli usi più interessanti e significativi del video in questo campo vi siano figure come William Kentridge, attento alla contaminazione fra storia del cinema e immagine statica, Shirin Neshat che passa dall’uso della fotografia alla rilettura del cinema di Pasolini, Doug Aitken che rivisita le capacità spettacolari del cinema e tanti altri che sullo studio del linguaggio spendono altrettanta  energia quanta nel collocarvi contenuti del contemporaneo.

Allora si ripercorre la storia del video e si ritrovano le forti valenze d’uso e di collocazione delle prime fasi del fra anni ‘60 e anni ‘80, il valore di denuncia o di testimonianza che oggi sono in parte trasferiti ai linguaggi della rete.

Ma soprattutto al valore del linguaggio e delle sue trasformazioni, dall’immagine sporca e distorta dei videocollage di Nam June Paik ai formalismi alti e coltissimi della ricerca  di Bill Viola. Valori linguistici a volte cancellati con intenzione nell’uso casuale e non formalizzato. Per esempio l’autoripresa di Marina Abramovic aveva una forte componente stilistica data dalla tensione della performance ripresa. Un rifiuto del linguaggio sembra pesare sul medium oggi e ne sottolinea la dispersione linguistica. Su questo e altri punti il convegno mette in luce diversi elementi di dibattito. La rassegna raggruppa lavori all’insegna dell’”eccesso visivo” come della trasversalità  delle funzioni video con una rinnovata tensione verso lo studio di un linguaggio/contenuto che assorba i nuovi elementi digitali. Di Lino Strangis, Ceci n’est pas une pipe inizia con le forme autogenerative e astratte che appartengono a questa strategia di decostruzione del video, per ricomporsi nel famoso “Paradosso Visivo” e linguistico del quadro di Magritte. Il video serve bene  la proposta di rilancio della sperimentazione visiva che la rassegna propone, che si potrebbe chiamare anche, accentuando la polemica, “questo non è video”. Sempre di Strangis Ying Aoyun utilizza il materiale delle coreografie delle Olimpiadi di Pekino per interrogarsi sulle forme di propaganda che si sviluppano su certi momenti globali. Ancora surrealismo con Matthias Harenstam in Closed circuit, lavoro pieno di riferimenti, dove la strada senza uscita di Matrix diventa un percorso interno, mentale e fisico, e insieme una gag da graphic novel o da horror movie. Mentre in Caos Phaos Guglielmo Emmolo gioca sui grafismi digitali, Igor Imhoff in Small White Dots si sofferma sulle casualità segniche dell’immagine digitale come segnale e segno astratto  in una dimensione sognante, personalizzata. Che diventa in Percorso un’immersione nel fantastico e nel fiabesco di notevole efficacia, così come nei lavori di Rebecca Agnes e Arash Radpour. Mentre Gabriele Pesci in Climax fa un viaggio andata e ritorno fra luna, stelle e terra, utilizzando googlemap, software e creando immagini straniate del dentro e fuori dalla terra. Nel lavoro di Pesci l’indagine sulla percezione della terra vista da fuori si accompagna ad un’indagine sull’immagine digitale di tipo lirico, ricordando certi lavori di Patrizia Todaro, con i suoi voli all’indietro nello spazio.Camminare su una spiaggia abruzzese di Piero Chiariello è un divertente esempio d’utilizzo del software in funzione espressiva, l’effetto Cubismo come scomposizione delle immagini della spiaggia.

Piero Chiariello, Camminare su una spiaggia abruzzese
Piero Chiariello, Camminare su una spiaggia abruzzese

Alessandro Amaducci in Discussion on death riaffonda nella tradizione visionaria e letteraria del primo underground americano, la sua riconoscibile matrice visiva in un lavoro di notevole spessore, portato avanti dagli anni novanta che si caratterizza attraverso linguaggi forti, come nella serie di Spoon River. Discussion on Death forza la tensione delle immagini attraverso molteplici riferimenti al cinema d’arte e underground, allineando “calaveras” e corpi nudi come nei film di Kenneth Anger o di Jodorowski negli anni Sessanta, con colori violenti e atmosfere drammatiche, espressioniste..

La rassegna si pone come un recupero della “suggestione narrativa” di molta videoarte degli anni Ottanta, nel suo momento di autocoscienza fra cinema e arti visive e nelle sue scelte autonome, di linguaggio e immagine ancora oggi da valutare completamente.

Mattias Harenstam, Closed circuit
Mattias Harenstam, Closed circuit

Cos’è Video oggi? È possibile andare al di là dell’esperienza del cinema sperimentale attraverso l’uso dei nuovi software? Questi sono gli interrogativi che si pongono nel rilanciare la problematiche linguistiche dell’immagine audiovisiva nel suoi passaggi all’interno dell’arte visiva. La rassegna allinea dei lavori che hanno per filo comunicante una curiosità e una  volontà di sperimentazione che sembrano necessari. Necessari per rifare il punto sul video che è diventato un linguaggio mainstream inserito in modo vastissimo e inaspettato nella struttura dei visual languages. Dopo circa una quindicina d’anni dalla sua diffusione, la tendenza maggioritaria rimane un uso di documentario del video ( in parte legato alle linee neo-concettuali). Il video tende però a appiattirsi su un racconto esteso, che rinuncia all’invenzione visiva e alle tensioni linguistiche e di ricerca. Nel frattempo si verifica una tendenza a rivolgersi al cinema di circuito come nei film di Steve McQueen, Julian Schnabel, Shirin Neshat e molti altri, creando le premesse di una inaspettata fusione fra forme nel passato antagoniste. Ma la diversità d’uso si fa sentire e gli interminabili video-film che si sostituiscono alle ben diverse installazioni, occupano spazi e si sottraggono a ogni specificità linguistica. Questo potrebbe anche essere un proseguire di una funzione sperimentale. Ma il rifiuto di ogni codice diventa generalizzato, i video rifiutano ogni tempistica, ogni ricerca di inquadratura, ogni studio di ombra e luce, di colore e suono.  Con il rischio di avere come risultato proprio il contrario dell’assunto della famosa rassegna  spagnola di video degli anni ‘80, Video non è Televisione. È infatti la televisione che ancora una volta prevale sul linguaggio e nelle videoproiezioni viene spalmata un’anonima materia video, a volte insostenibile negli spazi non predisposti delle gallerie e dei musei. A questo punto una nuova ondata di ricerca digitale può fornire, attraverso la pratica rinnovata di ricerche sperimentali sulle possibilità dei software, la soluzione a quella che sembra essere una posizione di stallo.

Lorenzo Taiuti

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