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Letter to a refusing pilot

Letter to a refusing pilot è l’installazione dell’artista Akram Zaatari presentata nel Padiglione del Libano alla Biennale di Venezia. È basata su un episodio che risale alla guerra con Israele dell’82 e racconta di un pilota israeliano che durante un raid aereo riconosce, essendo architetto, il target da colpire come la sagoma inequivocabile di una scuola. Il pilota si rifiuta così di sganciare le bombe, scaricandole nel mare. L’episodio diventa poi una “narrazione” che accompagna l’infanzia e l’adolescenza dell’artista, cresciuto proprio in quella scuola, diretta dal padre. L’installazione registra l’intrecciarsi di questo evento nella vita di Zaatari, attraverso foto della propria infanzia, della propria adolescenza, della famiglia, e, indirettamente, interroga l’idea di “nemico”, in tutte le sue sfaccettature, cercando di decifrare il comportamento del pilota.

Letter to a refusing pilot. Installazione di Akram Zaatari al Padiglione Libanese alla Biennale di Venezia. A cura di Sam Bardaouil and Till Fellrath - Foto di Marco Milan – Courtesy Lebanon Pavillion
Letter to a refusing pilot. Installazione di Akram Zaatari al Padiglione Libanese alla Biennale di Venezia. A cura di Sam Bardaouil and Till Fellrath – Foto di Marco Milan – Courtesy Lebanon Pavillion

Alcuni anni fa uscì un libro dell’israelita Avihai Becker, Why we refuse, che raccoglieva le testimonianze del dissenso pacifista in Israele, fra cui quella del pilota, Hagai Tamir: il suo racconto del raid rifiutato unisce i pezzi di una memoria frammentata. Nel video è citato un estratto da Le Petit Prince, quando la rappresentazione di un animale è bocciata più volte, fino a quando è rappresentata all’interno di una scatola, cioè è diventata invisibile: “Questo è quello che volevo!”, risponde le Petit Prince. Il collegamento fra l’enigmatica metafora di Saint-Exupéry e il lavoro di Zaatari è efficace: la realtà non è rappresentabile, è chiusa in una scatola, è invisibile. Sta a noi decifrarla, attraverso segni e segnali, e ricomporla, dispersa nel tempo e nelle cose. Il lavoro prende peso attraverso una serie di minimi frammenti, attraverso un film, un video e alcuni oggetti.

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Letter to a refusing pilot – Installazione di Akram Zaatari al Padiglione Libanese alla Biennale di Venezia. A cura di Sam Bardaouil and Till Fellrath – Foto di Marco Milan – Courtesy Lebanon Pavillion 

Le fasi della crescita dell’artista, le sue prime foto, il suo diventare un fotografo, l’immagine di un aereo israeliano durante un raid, i progetti del quartiere modernista pensato nella sua città da un architetto francese. È evidente la nostalgia per una modernità continuamente interrotta dalle guerre e dai disordini che si sono susseguiti nel Libano per anni, con effetti terribili. Come in altre sue installazioni, questo lavoro di Zaatari si affida alle relazioni fra immagini, in sé non necessariamente drammatiche, ma implicanti situazioni e concetti drammatici e una narrativa che preferisce echeggiare e alludere ai conflitti invece di rappresentarli direttamente. L’artista, co-fondatore anche della Arab Image Foundation, ha la costante narrativa dell’archivio, si basa sulla ricerca di un passato che fa comprendere il presente, sulla capacità di tracciare un filo rosso tra i frammenti della realtà, con il piacere di ricostruirla.

Lorenzo Taiuti

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