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Moda e sottoculture

Nelle settimane delle sfilate una riflessione sul rapporto fra moda e sottoculture che non genera più novità come in passato. Il cambiamento avvenuto nella fruizione della cultura e dell’intrattenimento ha inevitabilmente modificato gusti, stili e percorsi.

Fino agli anni ’90 la moda si è frequentemente ispirata alla musica e alle sottoculture che ne nascevano. Un rapporto di mutua influenza, segnato da un sufficiente tasso di ambiguità nelle intenzioni da generare un fremito di interesse: per anni la moda si è estesa in direzione dello showbiz mentre il pop assimilava velocemente le nuove direzioni del gusto.

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© L’Officiel Singapore – May 2011 Cover by Wee Khim

Dall’epoca della Swinging London in poi, flower power, glam (genere di brevissima durata ciclicamente apparso sulle passerelle), disco, punk, new wave e grunge hanno regalato un enorme bacino di immagini e stili, anche attraverso le reinterpretazioni street di fans e tribes che nella musica trovavano una ragione identitaria. La moda “annusa l’aria”, si afferma in modo un po’ superficiale; sicuramente essa è un catalizzatore di tendenze che con costante regolarità ha metabolizzato ogni genere di sottocultura ricreandone le proprie personali reinterpretazioni.
Ma ora che le sottoculture sembrano un po’ latitanti, quale degno sostituto può offrire materiale interessante, e – sperabilmente – nuovo, sul quale costruire collezioni legate da fili conduttori riconoscibili quanto soggettivi?

Ovviamente, non ci sono più sottoculture da scoprire, almeno non nel mondo occidentale. Tutto riguarda il remix delle informazioni. I ragazzi di oggi – la nuova generazione –  pensano in modo diverso. Essi non hanno nemmeno la conoscenza di ciò che sia una sottocultura. […] Se vogliono indossare una camicia punk non significa che debbano ascoltare musica punk o debbano avere un punto di vista politico. Non hanno quella mentalità. Nella mia generazione, quando eravamo grunge, siamo stati grunge. Era uno stato mentale. A parlare così è Lotta Volkova, stylist di nuova generazione e musa della scena che si muove intorno al marchio Vetements e ora anche a Balenciaga.

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© Lotta Volkova- Instagram account

 Il “remix delle informazioni” prende atto dell’inevitabile frammentazione nell’attuale fruizione della cultura e dell’intrattenimento; iTunes ha rianimato il consumo delle singole canzoni, assimilate e scelte a prescindere dai generi, ed è molto lontano – non solo in termini di anni – il periodo in cui a una passione musicale corrispondeva un percorso di formazione. Esistono intere generazioni per le quali la musica è stata un elemento fondamentale nella costruzione della personalità. E tutto questo è stato assorbito dalla moda e da generazioni di creativi che a vario titolo se ne occupano.

Raf Simons (nato nel 1968) è uno dei direttori artistici più influenti degli ultimi anni, e nel suo background visivo sono sempre stati presenti i riferimenti al proprio vissuto musicale, dagli omaggi ai Kraftwerk al post punk di un gruppo seminale come i Joy Division, un gruppo che ha segnato tanto la musica dei decenni successivi che l’estetica, con uno stile talmente formale e poco spettacolare da risultare lievemente disturbante.

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Ian Curtis style: Raf Simons per Jil Sander 2012 – photo by Willy Vanderperre

Ora il pop (nel senso più ampio del termine) genera stili di consumo veloce più che di identità, e per i creativi – della moda e non solo – rischia di venire a mancare un tassello importante dell’immaginario condiviso. Forse la chiave è nell’aggettivo “occidentale” inserito con apparente disattenzione nel discorso di Lotta Volkova, lasciando intendere che altrove possa essere diverso o quanto meno sembrarlo. Nata e cresciuta a Vladivostok, nella ex URSS – Non avevamo niente, ma avevamo Internet. Ero ossessionata dalle informazioni. Ero ossessionata dallo scoprire le cose –  oggi spiega di essere interessata ai diversi codici di “uniformi sociali” e alla possibilità di mischiarli creando “sotto-codici”.

Le uniformi, reali o codificate dall’uso comune, animano l’immaginario di un altro creatore, anche lui poco più che trentenne, Simon Porte di Jacquemus, marchio poetico e vagamente surreale: Volevo diventare prete. Non tanto perché fossi credente ma ero ossessionato dal loro abbigliamento. […] Un po’ più tardi volevo entrare nell’esercito, poi diventare avvocato. Tutto ciò per le divise. Adoro portare delle divise.

Moda e sottoculture
© Jacquemus – Instagram account. Moda e sottoculture

Il concetto di uniforme sociale travalica quello di sottocultura, perché comprende le codificazioni estetiche della quotidianità; questo è ben rappresentato dal lavoro Exactitudes del fotografo olandese Ari Versluis e della profiler Ellie Uyttenbroek. Si tratta di un progetto fotografico, spesso citato e utilizzato proprio dal designer di Vetement, Demna Gvasalia, che, dal 1994 in poi, si svolge come uno studio antropologico su stereotipi e identità sociali: le donne italiane impellicciate, le ragazze delle Antille Olandesi, i padri-casalinghi, gli studenti del primo anno delle superiori, ecc. vengono fotografati in un ambiente neutro, e successivamente le loro foto sono inserite in griglie dalle quali emergono somiglianze e differenze.

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Exactitudes – Courtesy of Versluis – Ellie Uyttenbroek

Naturalmente ci sono anche i gruppi di emo, gabbers o leathermen… ma queste tribes, immerse nel mosaico delle “divise comuni” si depotenziano nella miriade delle diverse identità sociali. La moda stessa è presente (l’abbigliamento è un linguaggio e una delle prime cose che catturano l’attenzione), ma più per coglierne le tracce lontano dalla scena degli addetti ai lavori. La moda quindi può usare gli stereotipi di questo catalogo attraversato da un umanesimo ironico e partecipe per reinventarsi, mentre per ora, sulle più recenti passerelle, non ci sono tracce di ulteriori rivisitazioni punk o gothic, o tantomeno di nuove sottoculture.

Claudia Vanti

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