Dall'archivio D'ARS

Soglie, identita’ e alterita’

Nel suo celebre Gli strumenti del comunicare, Marshall McLuhan dà un’interpretazione singolare del mito di Narciso. Narciso sta guardando l’immagine riflessa di se stesso, ma crede invece che sia un’altra persona e se ne innamora. Cade quindi in un torpore, in un loop infinito, in un corto circuito che assorbe la sua attenzione e gli impedisce di rendersi conto di quel che gli accade intorno. Narciso (il cui nome deriva da “narcosi”) è completamente rapito da quell’immagine, che lui crede essere un’altra persona,e che non riesce a non guardare. I suoi sensi sono intorpiditi e la ninfa Eco, che a propria volta è innamorata di Narciso, cerca di distoglierlo da quella fascinazione sussurrandogli frammenti dei suoi stessi discorsi: cioè usa frasi e parole di Narciso per attirare la sua attenzione.

Questa storia meravigliosa, tuttavia, non è affatto eccezionale, è comune nelle relazioni umane, Non è forse il comportamento che adottiamo quando ci innamoriamo di qualcuno? Perlopiù inconsapevolmente ne imitiamo alcuni comportamenti non verbali (posture, atteggiamenti, gesti, prosodia, accenti…) e verbali (parole, frasi…), perché ciò aiuta ad attraversare la distanza, a superare la soglia, che ci separa dall’amata o dall’amato e a catturare la sua attenzione e i suoi favori. E, più in generale, non è quello che avviene ogniqualvolta, da animali sociali, cerchiamo di oltrepassare la soglia che ci separa dagli altri, quando vogliamo attirare la loro attenzione o essere accettati? Nella psicologia sociale questo comportamento viene definito “effetto camaleonte”, ed è stato immortalato, nei suoi eccessi comici, nel celebre film Zelig di Woody Allen.

Dunque: soglia come spazio di simulazione, di mutazione e rivoluzione, di attrazione e confronto tra universi, di compatibilità tra persone, tra noi e gli altri, soglia come attrattore di differenze e distanze. Soglia come indicatore dell’evoluzione della nostra cultura, come luogo di verifica, di deflagrazione e ricomposizione di conflitti e contraddizioni. A conclusione del percorso compiuto su D’Ars attraverso alcune delle soglie più significative e critiche della cultura contemporanea – un percorso intrapreso quattro numeri fa – arriviamo all’argomento di questo numero: quello delle soglie tra uomo e donna. Un argomento che. in maniera evidente. riporta la discussione all’interno dell’ambito sociale, il quale plasma e definisce quelle soglie ben più delle differenze biologiche, psicologiche, sessuali.

La cultura contemporanea, mettendo in discussione ruoli, funzioni, identità psicologiche e persino biologiche, ha profondamente modificato le soglie tra uomo e donna, tra maschile e femminile, rendendole elastiche e permeabili, luogo di incontro e confronto piuttosto che di distanza e alterità. Secondo Federica Timeto, in Italia una delle studiose più attive di culture della differenza, “la differenza segna i confini, ma ne è anche l’attraversamento. La differenza distanzia, e tuttavia pone in relazione. È decisamente problematico, oggi, intendere la differenza nei termini di un’opposizione binaria fra due modi d’essere antitetici. I vari – e diversamente combinati – apporti del post-strutturalismo, del pensiero queer, del femminismo third wave e dei movimenti transnazionali, dei postcolonial e subaltern studies, e della cultura visuale in generale, portano a riconsiderare la differenza piuttosto come il passaggio fra una molteplicità di posizioni interrelate e variabili, un processo, uno strumento di connessione i cui significati variano in rapporto alle diverse tattiche messe in atto.”

Viola Russi riflette invece sulla mutazione che è avvenuta nella relazione tra il ruolo maschile e quello femminile all’interno delle società occidentali, sulla crisi del modello maschile tradizionale e sulla rigidità delle distinzioni: “Nonostante i cosiddetti studi di genere, termine tecnico per definire la branca di ricerca intorno al gender, si siano sviluppati a partire dai cambiamenti concreti, strutturali della società, dibattendo e teorizzando nuovi modelli di convivenza e cercando di rispondere alle evoluzioni e alle rivendicazioni civili e identitarie di chi non si ritrova nel manicheismo cromatico di rosa e azzurro, ci si arena inesorabilmente nel dualismo dei sessi: o di qui o di là. La cultura occidentale, sebbene ora imperniata sulla flessibilità globale di lavoro, mente, emozioni, non è programmata per una flessibilità sessuale e sessuata, o meglio non è disposta ad adattarsi flessibilmente ad un sistema di norme e concetti che non possono rimanere invariati alla luce dei cambiamenti sociali.”

Gonzales Curro, El enjambre II, tecnica mista 2005
Gonzales Curro, El enjambre II, tecnica mista 2005

Ma una cultura della differenza non può non tener conto della complessità delle soglie, delle articolazioni identitarie. Per esempio, come mostra Clara Carpanini, nella diffusione dell’identità transgender, in particolare come tema di rilievo all’interno dell’arte: “Dal momento che le attribuzioni di gender vengono sempre più spesso negoziate all’interno della dimensione visuale, la decostruzione postmoderna dell’identità portata avanti in ambito artistico ha assunto negli ultimi due decenni delle valenze emblematiche. La diffusione del corpo transgender nella cultura visiva contemporanea è il sintomo di una nuova condizione identitaria. Dagli anni Novanta in poi l’immaginario trova nel corpo il suo luogo privilegiato di proiezione e ricerca: non più la forma concreta di un destino biologico ma un campo nel quale s’inscrivono e interagiscono determinati codici sociali, culturali, tecnologici.”

Nella società mediale, in cui l’identità si fa molteplice e globale, transeunte e distaccata, il rischio è che finisca come merce nello scaffale remoto di qualche processo a noi ignoto, estraneo, manipolabile e monetizzabile, di cui siamo solo nominalmente i referenti inconsapevoli, i corpi reali. Che, in definitiva, quell’identità non ci rappresenti, non dischiuda valori, passioni, alterità ma richiami solo occorrenze informative, presenze remote, al più eventi mediatici. Come scrive Timeto, “la possibilità di preservare le differenze come valore culturale condiviso e non capitalizzabile passa anche attraverso la riflessione sulla manipolazione e la mercificazione dei corpi per gli interessi del mercato globale.”

Pier Luigi Capucci

D’ARS year 49/nr 199/autumn 2009

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