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Terre Vulnerabili 4/4

Valentina Tovaglia

A Milano, dopo la terza fase di Terre Vulnerabili introdotta dalla citazione di Roger Miller Alcuni camminano nella pioggia, altri semplicemente si bagnano, titolo che suggeriva il cambiamento atmosferico determinato dalle nuove “presenze abitative” dell’Hangar Bicocca – dalle sonorità registrate tra i canali della laguna veneziana da Marcellvs L. alle opere verticali di Massimo Bartolini e Ludovica Carbotta, fino al grande arazzo di Franz West – il 5 maggio siamo entrati nel raggio d’influenza dell’ultimo quarto di Luna, che chiude il percorso ciclico inaugurato da Chiara Bertola e Andrea Lissoni nello scorso ottobre. L’anello più debole della catena è anche il più forte perché può romperla: la citazione di Stanislaw J. Lec che dà il titolo alla quarta fase, suggerisce la rottura di una gerarchia, di una prevedibilità, rappresentando il trampolino di lancio per una creatività inaspettata.

Tutte le opere convivono ora nel grande ambiente che racchiude anche i Sette Palazzi Celesti di Kiefer, ridefinendosi e ricombinandosi fino ad assumere la forma finale. Le ultime quattro opere nascono tra le metamorfosi delle opere preesistenti, pervase da una luminosità che ha ceduto il passo alla penombra delle prime fasi. Nari Ward, giamaicano residente ad Harlem,  realizza Soul Soil, una grande opera-contenitore i cui materiali sono costituiti da oggetti recuperati nel suo quartiere – manici di badili, wc in ceramica, vestiti provenienti dall’installazione di Christian Boltanski ospitata qui lo scorso anno – che nell’insieme diventano gli spazi mentali di un’ermetica ossessione collettiva. Su una colonna spigolosa dell’Hangar, il giovane artista veneto Alberto Tadiello crea Senza titolo (Adunchi), un’installazione di metallo la cui forma richiama un grande becco che si affaccia nel vuoto, un ammasso di lame, punte e schegge, un insieme di forze feroci che tentano di sondare lo spazio circostante. Lo slovacco Roman Ondák ci mostra un video, Resistance, in cui a un gruppo di persone è stato chiesto di presentarsi ad un evento pubblico distinguendosi dalla folla per il particolare delle scarpe slacciate; l’obiettivo dell’artista è quello di creare negli spettatori una condizione di straniamento, di resistenza all’ordine a al linguaggio. Gli ultimi passi ci conducono a Plastic Bags, installazione del camerunense Pascale Marthine Tayou, in cui il formato monumentale di questo cono rovesciato è in contrasto con il concetto che lo sostiene: costituito da diecimila sacchetti di plastica di cinque tonalità (bianco, blu, giallo, rosso e verde), diventa il simbolo della società odierna, tra consumismo e globalizzazione: il sacchetto di plastica, che oggi è stato sostituito da quello biodegradabile, si spoglia della sua natura di oggetto inquinante per diventare mezzo creativo.

www.hangarbicocca.it

 

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