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Art Basel 2013

Dal 13 al 16 giugno si è svolta Art Basel. Probabilmente la più internazionale e attesa fra le fiere d’arte al mondo (talmente internazionale che dalla Svizzera si è ormai clonata anche a Hong Kong e Miami). E i numeri parlano chiaro: 304 gallerie provenienti da 39 paesi sparsi per i 5 continenti, opere che spaziano dall’inizio del ‘900 ad oggi, tre padiglioni, diversi settori tematici e eventi collaterali a non finire.
Si parte dai due estesi piani dell’edificio principale (Hall 2) che si sviluppano intorno al cortile centrale e ospitano la sezione “tradizionale”: Galleries. Forma espositiva tipicamente fieristica, ma dove spuntano opere dall’aura di sacralità museale da Picasso a Rothko, Bacon, Kiefer. Evidente comunque che, sebbene top quality, si tratti comunque di una immensa e curatissima vetrina del mercato: c’è un po’ di tutto, ampia la presenza di artisti asiatici, ma dato il periodo spiccano particolarmente i partecipanti alla Biennale di Venezia, la quale pare innegabilmente una vetrina “di consacrazione preventiva” per il mercato a Basel.

Chiharu-Shiota-In-Silence-2008-Galerie-Daniel-Templon
Chiharu-Shiota-In-Silence-2008-Galerie-Daniel-Templon

In primis Rudolf Stingel, non in Biennale ma in posizione d’onore a Venezia data la monumentale mostra “tappezzata” a Palazzo Grassi: a Basel alcune opere sono state vendute da Massimo De Carlo a 2 milioni di dollari. Poi il Leone d’Argento Camille Henrot, Mark Manders, protagonista del padiglione Olanda, Berlinde De Bruyckere del padiglione Belgio, Wade Guyton, Pamela Rosenkrantz e Eva Kotáktová fra gli artisti inclusi nel Padiglione centrale di curato da Massimiliano Gioni. Sorprende anche la presenza della mistica cinese Guo Fengyi, esempio di artista autodidatta (ora defunta) che creava per scopi “spirituali”, alla quale si interessano successivamente critica e mercato – la presenza alla Biennale di Gioni è solo l’ultima tappa di un riconoscimento internazionale che si sviluppa ormai da una decina d’anni.
Nonostante alle gallerie sia affiancata la sezione Feature, ovvero stand con progetti curatoriali, anche a questi non è affidato il compito di restituire il polso del contemporaneo: i Feature si focalizzano piuttosto su opere storiche da riscoprire.

Piotr-Uklanski-Untitled-Open-Wide-2012-Gagosian-Gallery
Piotr-Uklanski-Untitled-Open-Wide-2012-Gagosian-Gallery

Ben diversa la sezione Statements, ospitata all’interno della nuova Hall 1, presentata come dedicata a nuove gallerie e artisti. In effetti, salvo alcuni stand con deboli o poco significative installazioni e “nuovismi” poco impattanti, un paio di progetti si fanno notare, come l’installazione The Distance of Day di David Horvitz per Chert, Berlino: uno spazio vuoto, due iPhone, l’alba ripresa dall’artista e il tramonto simultaneo ripreso dalla madre dall’altra parte del mondo. (per approfondire). Oppure le opere di Antoine Catala per 47 Canal, New York.
Ma lasciandoci alle spalle Statements, la Hall 1 si rivela immediatamente uno spazio immenso, adatto ad ospitare il pezzo forte di Art Basel, Unlimited, piattaforma dedicata ai lavori che superano la dimensione dello stand tradizionale: la sezione, curata (per il secondo anno di fila) da Gianni Jetzer, direttore dello Swiss Institute di New York, ha l’estensione di un isolato. Qui si supera anche una scala da Biennale: installazioni museali, spazi performativi, sale da proiezioni per lavori video,  maxi sculture e dipinti, spazi immersivi.

Alfredo-Jaar-The-Sound-of-Silence-2006-Galerie-Thomas-Schulte
Alfredo-Jaar-The-Sound-of-Silence-2006-Galerie-Thomas-Schulte

Ecco che ci si dimentica quasi di essere ad una fiera – anche se ovviamente tali installazioni spettacolari sono sostenute e presentate dalle rispettive gallerie di riferimento. Anche i nomi degli artisti coinvolti rendono la Hall 1 un firmamento di stelle supergiganti, un’antologia di ambienti dalle Biennali di tutto il mondo degli ultimi 10-20 anni. Da una Via Dolorosa di Gina Pane da museo ad artisti di dOCUMENTA(13) dell’anno scorso come Kader Attia o Walid Raad, passando per Antony Gormley o Theaster Gates. Continua la teoria di nomi attualmente a Venezia: l’onnipresente Ai Weiwei (Gallerie Urs Meile),  uno spettacolare Matt Mullican, o Carl Andre, qui nella sua più congeniale dimensione installativa (mentre Gioni espone un suo diario neo-dada). Anche qui numerosi i cinesi che firmano alcune delle migliori maxi sculture/installazioni: Hubble di He An, Purification Room di Chen Zhen, Long March Space di Liu Wei. Fra i lavori video notevoli The Sound of Silence di Alfredo Jaar e Wild Talents di Susan Hiller.

Jonah-Freeman-and-Justin-Lowe-Artichoke-Underground-2013-Malborough-Chelsea
Jonah-Freeman-and-Justin-Lowe-Artichoke-Underground-2013-Malborough-Chelsea

Artichoke Underground di Jonah Freeman e Justin Lowe è il progetto di maggiore impatto, una serie di ambienti deliranti, ispirati alle attività di un omonimo collettivo attivo negli anni ’60 fra editoria DIY-underground, ribellione culturale e beffe mediatiche. Attraversarli è come infiltrarsi fra slums metropolitani zeppi di controcultura.
Infine, per il quarto anno Art Basel spinge un tentacolo fuori sede con la sezione Parcours, che vede ad ogni edizione un diverso quartiere della città (quest’anno Klingental) compenetrato dai progetti artistici di artisti internazionali (da Marina Abramović a Danh Vo), tra installazioni, performance ed eventi.
Ad Art Basel si prova anche, timidamente, a vestire i panni degli anticapitalisti attenti alla sostenibilità: a lato di Messeplatz spunta una sorta di mercatino del baratto e si allestisce un Favela Café (opera dell’artista Tadashi Kawamata), una finta città di baracche e ponti sulla fontana di Messeplatz.

Art Basel 2013 | Tadashi Kawamata | Favela Café, 2013 - See more at: http://www.darsmagazine.it/art-basel-2013/#sthash.EeoqSVam.dpuf
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L’effetto è però quello di un teatrino per far godere ai “civilizzati” l’atmosfera di una esotica favela, in cui poi si vendono cibo e bibite a prezzi svizzeri. E infatti il 14 giugno scoppia una protesta di artivisti al Favela Café, poi sedata dalla polizia. Lo sponsor della banca svizzera UBS leva ogni illusione, e ci ricorda che anche la più rinomata e qualitativamente elevata delle fiere non è luogo per cercare arte che vada controcorrente e parli ad un futuro lontano dalle attuali logiche politico-economiche in crisi.

Alessandro Azzoni

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