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Guido Segni, A quiet desert failure

"A quiet desert failure", Guido Segni, 2015. Algorithmic performance, Website, Tumblr archive
“A quiet desert failure”, Guido Segni, 2015. Algorithmic performance, Website, Tumblr archive

Ogni trenta minuti viene scattata una fotografia. Un’operazione che durerà per un arco ti tempo di almeno cinquant’anni. Lo spazio d’interesse è quello del deserto del Sahara. Guido Segni elabora una performance algoritmica, utilizzando due piattaforme: un blog (http://quietdesertfailure.tumblr.com/) e un sito (http://desert.fail/ure).

Attraverso un programma che, in maniera sistematica, scatta fotografie a intervalli regolari coprendo progressivamente l’intera superficie desertica, Segni costruisce una mappatura dell’area del Sahara trasferendo direttamente questa su Tumblr, piattaforma social considerata una cassaforte d’immagini. Il sito invece raccoglie una selezione di alcuni scatti, creando un territorio mobile dove le immagini si muovo sulla base di una texture musicale, diciamo la declinazione più estetizzante di un lavoro d’archiviazione.

"A quiet desert failure", Guido Segni, 2015. Algorithmic performance, Website, Tumblr archive
“A quiet desert failure”, Guido Segni, 2015. Algorithmic performance, Website, Tumblr archive

Ma ripartiamo dall’inizio. A quiet desert failure (presentato a The Wrong Biennale) è un titolo che racconta del possibile, anzi probabile, fallimento del progetto stesso. Potrà sopravvivere un social network come Tumblr per un tempo così lungo? Che senso potrà avere uno spazio digitale di quel tipo fra cinquant’anni? Probabilmente per quella data lo stesso Facebook o lo stesso Twitter saranno stati sostituiti, superati, trasformati al punto da considerarli archeologia digitale. Quindi il progetto nella sua ambizione temporale annuncia già nel titolo il suo possibile esito, denunciando la breve durata delle piattaforme social che, attualmente, fungono da scrigni di memoria collettiva.

Segni in questo caso sembra compiere un’operazione simile ad alcuni pionieri del XIX Secolo, mi viene in mente il fotografo Timothy O’Sullivan che, dopo essere stato il testimone della guerra di secessione americana, si unisce alla spedizione geologica di Clarence King per poi finire nel deserto del Nevada a prelevare fotografie, come fosse una sorta di gesto di conquista. Ma la sua operazione aveva realmente una finalità conservativa, si basava sulla stampa su carta, su un’archiviazione materiale. Certo il deterioramento della carta sensibilizzata ha le sue problematiche e spesso la sua data di scadenza, o qualcosa di simile.

"A quiet desert failure", Guido Segni, 2015. Algorithmic performance, Website, Tumblr archive
“A quiet desert failure”, Guido Segni, 2015. Algorithmic performance, Website, Tumblr archive

Segni avanza nella progettualità stessa del lavoro la possibilità di una sua fragilità al Tempo, come se i tempi di memoria digitale corrispondessero solo a parte delle nostre vite: alla nostra adolescenza, alla nostra maturità, alla nostra vecchiaia. Sistemi il cui veloce aggiornamento non consente una pianificazione lunga, nemmeno di un’intera esistenza umana. E quindi come si concluderà la performance? Quando potremo dire che è terminata? Esiterà anche nel caso in cui il blog non potesse più sostenere l’archiviazione? È questo il vero nocciolo del problema.

Non è un caso che sia stato presa in esame una superficie come quella del Sahara. Questo allude ad una desertificazione comunicativa, ossia alla perdita di dati, di memoria, quello che potremmo associare al concetto di medioevo digitale. Tale riflessione si inserisce in processo su cui Guido Segni sta lavorando da qualche anno, ossia sulla disillusione nei confronti di un’idea di una rete benefattrice e solidale.

"A quiet desert failure", Guido Segni, 2015. Algorithmic performance, Website, Tumblr archive
“A quiet desert failure”, Guido Segni, 2015. Algorithmic performance, Website, Tumblr archive

In alcuni suoi progetti precedenti come The middle finger response (2013) e Proofs of existence of a cloud worker (2014) si concentra sulla possibilità di utilizzo di alcune piattaforme per reperire manodopera a basso costo senza alcuna garanzia contrattuale. Lavoratori reclutati similmente a quegli immigrati che si caricano lungo il ciglio della strada per una giornata di lavoro, per una campagna di pomodori. Sono operazioni solo all’apparenza distanti; se nel caso di A quiet desert failure ad essere analizzata è la caducità di una struttura, la sua funzione mnemonica in The middle finger response e in Proofs of existence of a cloud worker l’attenzione si sposta sullo sfruttamento di un possibile buco di sistema, quel buco che consente di liberarsi da qualunque possibilità di contrattazione lavorativa, un liberalismo estremo che sfocia in un anarco-capitalismo.

Pics or it didn't happen Proofs of existence of a cloud worker. Guido Segni, 2014. Crowdsourced webcam videos
“Pics or it didn’t happen. Proofs of existence of a cloud worker”, Guido Segni, 2014, Crowdsourced webcam videos

In tutti questi casi è evidente un sentimento di perdita, sia di qualcosa che stiamo raccogliendo e archiviando, sia di diritti acquisiti, di decenza lavorativa. Forse è questa la fase di reale maturazione della Net Art: quel momento, dopo l’euforia della fase pionieristica focalizzata sulla sperimentazione del nuovo apparato tecnologico, in cui è necessario concentrarsi sui mutamenti politici, sociali, economici (non del tutto innocui) che la rete alimenta e dilata senza alcuna situazione di effettivo controllo.

Andrea Tinterri

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