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il DNA come medium artistico

La fine del ventesimo secolo è stata caratterizzata da un elevato interesse mediatico per la biologia molecolare. Il completamento dell’intera sequenza del genoma umano, l’individuazione della funzione di diversi geni, lo sviluppo di coltivazioni transgeniche e la clonazione di animali sono stati gli eventi che hanno segnato i primi dibattiti sulle implicazioni delle nuove biotecnologie. La genetica ha smesso di essere di dominio esclusivo della ricerca scientifica, ed è diventato oggetto di dibattito filosofico e politico. In questa atmosfera il sistema dell’arte ha sentito la necessità di invadere i laboratori cercando di legare la sperimentazione scientifica all’esperienza artistica. Per questo è di fondamentale importanza chiedersi quale sia effettivamente il nuovo medium utilizzato, quali siano i filtri attraverso cui passa la ricerca scientifica e quella artistica ad essa strettamente correlata.

Il primo a rendersi conto delle straordinarie potenzialità insite nella molecola di DNA, prima dell’avvio del Progetto Genoma Umano, è stato l’artista americano Joe Davis (USA, 1953). In tutte le sue opere è significativo il valore simbolico dato al codice genetico trattato come una catena di informazioni. Non a caso parla di “codice”.

Le strutture molecolari che ha ottenuto attraverso un sequenziamento artistico del DNA non hanno alcuna corrispondenza con la realtà fisica o con le leggi della natura. Le basi azotate delle molecole di acido deossiribonucleico vengono utilizzate come tasselli per la composizione di messaggi la cui struttura è influenzata dalle forme di codifica informatica. La sua prima opera basata sulla sintesi di DNA è stata Microvenus del 1986. Nei venti anni successivi sono stati molti altri gli artisti che hanno avuto uno stretto legame con la produzione scientifica. La maggior parte di queste opere, esposte nel corso degli anni per lo più durante il festival Ars Electronica di Linz in Austria, è stata raccolta per la prima volta in un unico evento dal critico tedesco Jens Hauser.  L’ArtBiotech è il titolo della mostra che si è tenuta nel 2003 a Nantes in Francia presso Le Lieu Unique. Il termine biotech definisce un’arte che non ha niente a che vedere con quello che Dmitry Bulatov chiama genomic kitsch, cioè foto, video e animazioni digitali relative alla cultura genetica. Gli artisti biotech fanno uso diretto di materiale biologico, sintetizzano geni, producono esseri viventi transgenici, coltivano tessuti. “Il Dna è diventato medium artistico” è quanto afferma Hauser che utilizza la parola dètournement come chiave di interpretazione. Gli artisti biotech collaborano strettamente con ricercatori e scienziati. Nelle opere prodotte il medium utilizzato coincide con il soggetto delle loro speculazioni teoriche. Jens Hauser curatore della mostra L’ArtBiotech (Le Lieu Unique, Nantes, Francia, 2003) afferma: “Lo scopo della arte biotech è sollevare il velo su quanto accade all’interno dei laboratori di genetica per interrogarsi sulle tecnologie e imparare a utilizzarle”1.

Gli approcci alla materia sono eterogenei. Non si cerca solamente di descrivere criticamente i progressi della biotecnologia, ma anche di introdurre il materiale biologico come nuovo strumento dell’arte. Questo è quanto afferma Marta de Menezes (Lisbona, Portogallo,1975). Nell’opera Nature? (Ars Electronica 2000, Linz, Austria) l’artista portoghese esplora le possibilità e i limiti dei sistemi biologici nel creare pattern differenti. L’artista modifica il disegno di una delle ali di un determinato tipo di farfalle alterando i livelli di proteine nel processo di sviluppo dell’insetto, mettendo così in evidenza i limiti della contrapposizione tra cioè che è definito naturale e ciò che è culturale. L’autrice stessa afferma: “In Nature? ho esplorato non solo il confine tra arte e scienza ma anche tra naturale ed artificiale”.

La ricerca di una espressione grafica in ambito genetico è l’obbiettivo anche del lavoro dell’artista americano George Gessert (Milwaukee, Wisconsin, USA, 1944). Ex pittore e oggi bioartista specializzato nell’ibridazione dei fiori, crea piante che rispondono al suo concetto di bellezza. Lo stesso Gessert afferma: “incrocio fiori perché ritengo che questa pratica sia una delle forme più immediate di accesso alla bellezza. Colore, forma consistenza e profumo esistono nella loro massima espressione soltanto negli organismi viventi”.

Allo stesso tempo queste opere offrono uno spunto di riflessione sull’influenza delle preferenze estetiche sull’evoluzione. Evocando la minaccia di un’eugenetica che risponda ai dettami del gusto comune e alle esigenze dei mercati, si fa leva sulle diffuse paure legate allo sviluppo della manipolazione genetica. Il mito ancestrale del controllo della vita ritorna evidente nei lavori del collettivo australiano SymbioticA. Le loro opere sono state spesso definite wet art, arte umida, perché intervengono direttamente su materiale organico: quanto di più lontano dall’idea di immateriale. Per le loro sculture semi-viventi utilizzano principalmente tessuti creati in laboratorio formati da aggregazioni di cellule viventi.

Lo sviluppo tecnologico è la condizione iniziale che ha permesso la nascita di una nuova arte, che fa uso di materiali nuovi perché inediti e inusuali, ma paradossalmente, come fa notare Joe Davis, più vecchi della terra. Una società biotecnologica basata sul culto del possibile trasmette valori di biodeterminismo ed analizza l’uomo sulla base delle piccole parti che lo compongono. L’arte biotech pone lo spettatore a diretto contatto con le ansie e le paure generate dalla coltivazione di piante transgeniche, dalla ipotesi di trapianti di organi su misura, fino alla brevettabilità della vita ed ai fantasmi dell’eugenetica. Lo fa utilizzando gli stessi strumenti della scienza, producendo oggetti reali che sono l’incarnazione di quelle inquietudini. Secondo Bulatov: “la realtà della rappresentazione (mondo della creazione artistica) è sostituita dalla presentazione della realtà (creazione di un mondo), così da ridurre al minimo la differenza tra un modello originario artificiale e il mondo attuale”. L’artista si appropria dell’angosciante possibilità di creare degli esseri viventi che non sono più frutto dei dettami del mondo scientifico ormai tristemente legato alla speculazione economica.

Inevitabilmente l’icona dell’intera mostra curata da Hauser diventa il coniglio transgenico Alba, definito il Che Guevara dell’arte biotech, in riferimento al grande peso mediatico che questo animale ha assunto nel corso degli anni.

Ideato nell’ambito del progetto artistico GFP Bunny di Eduard Kac e nato nell’Aprile del 2000 a Jouy-en-Josas in Francia, Alba è un coniglio fluorescente frutto di una tecnica largamente diffusa nei laboratori che fa uso di una proteina della medusa Aequorea victoria, causa della sua luminescenza, come marcatore genetico. La fluorescenza del coniglio è visibile solo se l’animale è illuminato da una particolare luce blu e se l’osservatore utilizza particolari filtri gialli. Sebbene mai nessuno spettatore abbia effettivamente visto la sua luminosità, l’animale fu subito censurato e contestato.

Tuttavia attraverso le immagini che lo ritraggono fluorescente e la documentazione del progetto, Alba riesce a sollevare dibattiti sullo statuto degli animali transgenici e sul limite dell’intervento umano nella natura. Il progetto non prevedeva solo la nascita di un animale transgenico, ma era finalizzato ad indagare tutte le problematiche relative alla presenza reale di diversi tipi di animali transgenici frutto di esperimenti scientifici e al loro inserimento nel tessuto sociale.

Un tipo di intervento artistico simile a quello dei Critical Art Ensemble che negli anni dal 1997 al 2007 hanno dato vita a numerosi progetti al fine di “creare interventi molecolari e shock semiotici che contribuiscano alla negazione della montante cultura autoritaria”. La diffusione di informazioni su circuiti alternativi a quelli ufficiali diventa uno dei compiti degli artisti. Il CAE lo fa organizzando eventi che toccano i nervi scoperti dell’opinione pubblica e che sono spesso causa di immotivate isterie collettive, drammatizzando la distanza tra la scienza e i sistemi di informazione. Diverso è l’atteggiamento di Heath Bunting, tra i primi artisti dell’arte in Rete. Sul suo sito Do It Yourself DNA DAY mette ironicamente a disposizione degli utenti informazioni su come sequenziare una parte del proprio DNA o di quello di qualsiasi organismo vivente, elenca possibili prodotti da acquistare e organizza eventi legati alle nuove tecnologie. Nel 1999 con l’operazione artistica, Natural Reality Superweed, invita ad un attacco planetario ai danni delle multinazionali che operano nel settore agricolo per la produzioni di sementi GM. Attraverso un sito distribuisce bustine contenti semi di piante diverse che se coltivate darebbero vita a delle piante superinfestanti. L’intera operazione, se pur velata di ironia, ha l’obbiettivo di formare una resistenza contro le prepotenze delle corporation degli OGM. Le armi di coloro che lottano contro la distruzione di interi ecosistemi per fini economici, sono fornite paradossalmente dalle stesse aziende che questi combattono. La biodiversità delle specie è sacrificata in nome della produttività. Il frenetico sviluppo delle biotecnologie e il loro legame con gli interessi economici delle multinazionali ha dilatato questo problema portandolo a situazioni paradossali. Attraverso l’uso tecniche rimaste nel chiuso dei laboratori e attraverso la manipolazione di materiali che destano timori , si arriva a mettere in evidenza un controllo totale da parte della scienza su scelte che riguardano la collettività e si mascherano le illusioni create dagli apologetici discorsi ufficiali. Nella arte biotech il messaggio che viene trasmesso crea disordine in un sistema ordinato secondo i dettami della scienza.

Loretta Borrelli

1 “Se questa è arte” di Francesca Reboli, L’Espresso online, http://espresso.repubblica.it/dettaglio-archivio/253006.

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