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Katherine N. Hayles, My Mother Was a Computer

È stato pubblicato da pochi mesi per Mimesis il libro My Mother Was a Computer di Katherine N. Hayles. Studiosa e critica di letteratura americana, Hayles è tradotta per la prima volta in Italia. Una pubblicazione importante voluta da Antonio Caronia, portata avanti dopo la sua scomparsa da Domenico Gallo e Marialaura Pulimanti. Hayles è tra le prime autrici ad aver affrontato organicamente il concetto di postumano nella tecnologia e in questo testo complesso continua il suo percorso ampliandolo. La teorica americana, più che proporre una sistematizzazione delle sue teorie, ci indica un metodo. Consapevole delle contraddizioni nate dal concetto di postumano a causa della contrapposizione tra informazione disincarnata e corpo, pone l’accento sull’idea di “materialità” del codice informatico. Lo spunto da cui parte è il raffronto tra i testi a stampa e quelli digitali. Un argomento che le permette di delineare tre processi nell’ambito tecnologico: la creazione (linguaggio e codice), la registrazione (testi a stampa ed elettronici), la trasmissione (analogico e digitale). Fin dalle prime pagine l’autrice mostra la sua attitudine critica nei confronti di quello che definisce Regime della Computazione , un approccio tipico della scienza di stampo maschile, di baconiana memoria, che vuole l’Uomo dominatore sul mondo.

La critica di Hayles è esplicitamente rivolta alla ricerche di Harold Morowitz, Stephen Wolfram e Edward Fredkin, e a come queste si siano spostate da un’idea di simulazione del reale a contesti sempre più ampi. Nell’analizzare linguaggio naturale e informatico Hayles non considera oralità, scrittura e codice come tre fasi successive dell’evoluzione della lingua, rette dal principio secondo cui i nuovi media riassorbono le caratteristiche dei media precedenti. Le pensa invece come dimensioni coesistenti che interagiscono tra loro, in un processo che definisce di intermediazione in cui sistemi complessi di feedback connettono gli esseri umani e le macchine, le vecchie e le nuove tecnologie, il linguaggio e il codice, i processi analogici e le frammentazioni digitali. Nella descrivere questo processo fa un passo avanti rispetto al pensiero del filosofo tedesco Friedrich Kittler, secondo il quale la sovrapposizione tra atti performativi e codice, con la conseguente radicale separazione tra l’umano e il sistema informatico, crea una ontologia dei linguaggi informatici. Secondo questa visione, all’interno del computer tutti i processi sarebbero automaticamente garantiti dall’architettura della macchina, e dalla perfetta corrispondenza tra codice e azioni della macchina stessa. La materialità del linguaggio informatico deriverebbe dall’immediata associazione tra il codice binario e la variazione del flusso di voltaggio (la differenza di potenziale elettrico per generare gli 0 e gli 1 del linguaggio informatico).

L’autrice rifiuta la tesi Kittleriana di un rapporto causale o lineare ridotto alla corrispondenza uno a uno, e parla  di connessioni tra i diversi livelli di linguaggio e i corpi. Hayles riporta l’esperienza di Ellen Ullman, programmatrice e saggista americana, che in Close to the machine descrive vivacemente la tensione tra le rigidità del codice che deve passare necessariamente attraverso la validazione da parte della macchina, e la necessità di traduzione delle aspettative e delle incertezze create nel linguaggio naturale. Per avviare questa traduzione è necessario elaborare semplificazioni e strutturazioni che possono avvenire solo in una fase di interazione umana con la macchina. Il puro processo di calcolo, invece, è qualcosa che avviene prima o dopo questa interazione. In tutto il libro l’autrice, insistendo sulla soggettività, propone un approccio che sia consapevolmente all’interno di un mondo umano incarnato. Il discorso si sviluppa non solo a livello tecnico del processo che consente l’interazione, ma anche intorno alle interfacce.  L’immaginario del romanzo di fantascienza accompagna chi legge nella comprensione di come i corpi siano coinvolti e utilizzati a seconda delle trasformazioni tecnologiche, a partire dal racconto In gabbia di Henry James fino a Le tre stimmate di Palmer Eldritch di Philip K.Dick, per arrivare all’esperimento narrativo Patchwork Girl di Shelley Jackson.

Hayles approfondisce criticamente l’idea di un processo di ibridazione con le macchine, ponendo solide basi per sfuggire alla trappola che ci porta a considerare le tecnologie come territori neutri. Analizza il codice, nel suo percorso fino all’interfaccia,  per rendere evidente la sua capacità di divenire dispositivo politico e epistemologico. Per questo motivo cerca di colmare il divario tra soggetto (persone utenti)  e oggetto (computer), in primo luogo prendendo consapevolezza che le macchine intelligenti (termine con il quale l’autrice intende computer, reti, macchine generative e evolutive) sono entità incarnate che interagiscono con utenti incarnati, trasformandosi reciprocamente in misura incrementale. In secondo luogo, individuando e contrastando ogni intenzione di iscrivere questi processi in strutture di dominio, sia quelle strettamente legate alla visione del mondo del digitale, sia quelle provenienti dalla cultura dominante.

Il libro è un’attenta valutazione che prende le mosse dall’analisi dei termini “opera”, “testo”, “documento”. Insieme alla consapevolezza di una modificazione materiale che coinvolge i testi e i lettori in intricate connessioni e loop ricorsivi, emergono tutte le implicazioni sociali e politiche legate al dispositivo digitale, ma anche alla tradizionale idea di libro. Hayles mette in discussione il concetto di diritto d’autore in relazione al mercato editoriale, analizza l’idea di opera immateriale frutto del genio dell’autore, approfondisce l’attitudine a considerare il testo come gerarchia di contenuti. Questo studio articolato e libero da pregiudizi tra digitale e tradizionale è prezioso, perché ci permette di individuare gli elementi di dominio nella tecnologia. Allo stesso tempo, ci aiuta a contrastare aspetti altrettanto pericolosi insiti nei concetti tradizionali di linguaggio, di soggettività, di  testo a stampa.

Loretta Borrelli
D’ARS year 55/n. 220/spring 2015

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