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Nicola L., Same skin for everybody

Al di là del corpo, al di là del genere : dai “pénétrables” ai capes-manteaux di Nicola L., l’artista francese che ha affrontato già negli anni ’60 i concetti di corpo, genere e identità

Nicola L
Nicola L. “Red Coat performances” ( 1969-1992). Courtesy Nicola Studio, N.Y.

Ho incontrato per la prima volta Nicola L. a Parigi nel settembre 2003 alla galleria Patricia Dorfmann, dove lavoravo in qualità di assistente: grande artista e amica, francese e americana d’adozione – scomparsa due anni fa a Los Angeles –  alla metà degli anni ’60 aveva realizzato i primi pénétrables, già centrati sull’idea e sul concetto del superamento dei limiti di pelle, corpo, genere e identità. Il pénétrable, oggetto-scultura e mediatore tra spazio e corpo, permetteva di dimenticare ciò che eravamo, fino alla pelle e al corpo, attraverso la manipolazione dei pezzi di tessuto sospesi in cui erano cucite delle sagome di stoffa, prolungamenti dove era possibile introdurre la testa e le membra.

Nicola nel pénétrable “Cloud” al Chelsea Hotel, New York, 1991. Courtesy Nicola Studio, N.Y.

A Parigi, nel 1968 l’artista disegna l’evoluzione dei pénétrables, creando il prototipo dei capes-manteaux: il Red Coat. La prima presentazione pubblica avverrà sull’isola di Wight nel 1969. In seguito il Cape sarà esposto ovunque, da New York ad Amsterdam, passando da città in città in una valigia, che l’artista presentava ai passanti, chiedendo loro di “penetrarlo e di abitarlo”. Era il mantello della trasformazione (io/noi; lei/lui), l’inizio, nel mondo dell’arte contemporanea, per un vestito-mantello che poteva essere indossato da una decina di persone nello stesso tempo, con lo scopo di smuovere la società all’appello del Same Skin for everybody.

Il concetto dei capes-manteaux è stato così rivoluzionario all’epoca come oggi così ancora attuale:  Nicola aveva proposto un gioco dove l’importanza non era più di essere se stessi, ma di superare i limiti della pelle. Pierre Restany, critico d’arte e suo caro amico, aveva, nel 1968, così spiegato la politica del cape-manteau: la pelle incarna la frontiera fisica e psicologica, Nicola ci offre una seconda chance, una seconda pelle o carne attraverso un viaggio di penetrazione e di osmosi.

Il Red Coat, le manteau rouge, si ergeva ad anticipatore di idee e visioni contemporanee sviluppatesi, in particolare, a partire dalle teorie post-femministe e  cyber di Donna Haraway [1]a quelle transgender e queer, che occupano il dibattito sul genere:  riconoscere la molteplicità delle identità e delle configurazioni di genere superando i limiti dettati dal dualismo maschile e femminile e da qualsiasi categorizzazione tra l’essere umano e le altre specie o categorie ( maschio/femmina; uomo/animale; macchina/umano), per approdare ad una nuova identità ibrida e multiculturale, ad un femminismo senza «femme», un razzismo senza «razza», una riproduzione senza «sesso» e una sessualità senza genere.

The Red Coat in Paris at the Gallery Favardin De Verneuil- Filmed By Canal +(2009). Courtesy of Nicola L. Estate.

Con le capes-manteaux Nicola, già allora, mirava a far sgretolare le frontiere e tutti i limiti: era una manifestazione di un femminismo al di là del genere, identità della non-identità. Sotto l’influenza del Red Coat, il corpo diventa un corpo ibrido, denaturalizzato, de-territorializzato, che cammina in connessione con l’altro. Le capes-manteaux, rompono con l’ideologia della società di controllo: là dove non esiste più il genere, non c’è più alcuna forma di controllo da parte del potere.

Sulla base di questa profonda visione, invece di lottare contro le ineguaglianze tra uomini e donne, con il rischio di accentuare le differenze, bisognerà invece camminare verso una de-gender-azione di tutta la vita sociale, verso il futuro essere ibrido di sesso indeterminato.

Manuela Oneto
(Ricercatrice in Estetica, Scienze e tecnologie delle arti presso Université de Paris8. Saint-Denis)

[1] Donna Haraway “Manifesto Cyborg”, Edizioni Feltrinelli, Milano 1995.

 

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