Eventi

Perduti nel paesaggio al MART di Rovereto

The microwave sky as seen by Planck apre la mostra Perduti nel paesaggio all’ultimo piano del MART di Rovereto: l’immagine resa nota dall’ESA (European Space Agency) è la prima rappresentazione completa dell’universo, ottenuta grazie al satellite Planck, che per quindici anni ha registrato la luce proveniente dall’intero universo nelle frequenze comprese tra 30 e 857 GHz, mappando anche la radiazione cosmica di fondo (le cui luci, emesse dall’universo primordiale e in espansione da 13,8 miliardi di anni, perdono progressivamente energia).

The microwave sky as seen by Planck fullwidth
The microwave sky as seen by Planck fullwidth

A questa “cartina spaziale”, è accostato il Disco di Nebra, la più antica raffigurazione del cielo – risale all’età del bronzo – così da sancire idealmente l’inizio e la fine di un rapporto millenario tra uomo e paesaggio. Si tratta di una relazione dialettica tra la distanza di osservazione e il senso di appartenenza, che è anche un impulso di appropriazione, come nella socialmente critica Island within an island di Gabriel Orozco dove i rifiuti in primo piano ripropongono la megalopoli sullo sfondo.
La relazione distanza-appropriazione ha a che fare anche col nodo tra oggettività e soggettività in quanto il paesaggio, oltre a essere una realtà fisica, è un’entità culturale, psicologica e sociale. Per questo una delle sue tematizzazioni riguarda la circolarità percezione-rappresentazione, con la prima mai incontaminata dalla rappresentazione; e quest’ultima che può sfociare nella riconfigurazione fisica del percepito.

Richard Mosse, La Vie en Rose, 2010, digital c-print. Courtesy Collezione private, Barcellona © Richard Mosse, Courtesy dell’artista e Jack Shainman Gallery, New York
Richard Mosse, La Vie en Rose, 2010, digital c-print. Courtesy Collezione private, Barcellona © Richard Mosse, Courtesy dell’artista e Jack Shainman Gallery, New York

In Perduti nel paesaggio viene esaminato soprattutto lo spostamento del paesaggio all’esterno del genere paesaggistico, per farlo agire – usando le parole del curatore Gerardo Mosquera – come risorsa attiva dell’arte. Lo scassinamento del genere può avvenire in modo parodistico come nell’installazione di Luis Camnitzer, il quale ne ripropone la struttura convenzionale attraverso un mobile sui cui scaffali poggiano bottiglie colme di colori che richiamano la terra, l’acqua, l’orizzonte, il cielo e le nuvole. Lo spostamento però si manifesta anche con immagini satellitari, come quelle prodotte dalla Nasa, che cartografano economicamente il pianeta (dove c’è luce ci sono città, energia e ricchezza); oppure con degli sguardi che volutamente non colgono panorami e vedute, come le pinete viste dall’interno di Bae Bien-U.
La crescita esponenziale della popolazione urbanizzata ha avuto come conseguenza lo slittamento dell’interesse artistico verso il paesaggio urbano – si parla sempre più di cityscape e sempre meno di landscape: dalle apocalittiche torri di Babele di Du Zhenjun alla proliferazione edilizia fotografata da Micheal Wolf, passando per i complessi architettonici di Andreas Gursky. Questa direzione tematica culmina con la natura quasi stuprata dalla luce artificiale nel video di Carlos Irijalba, il quale si fa strada nel bosco con dei potenti riflettori da stadio; oppure, meno drasticamente, con una natura privata di mistero e poesia, come nella serie di Szymon Roginski.

Zhenjun, La Tour de Babel - The Flood, 2010
Zhenjun, The Flood, dalla serie The Tower of Babel, 2010, c-print, 4 pezzi. Courtesy Galerie RX, Parigi

Proseguendo nel percorso, i campi di collaudo d’armi di Kang Yong Suk sono esempi di aggressione al paesaggio, il cui caso limite può essere individuato in Tus Pasos se perdieron con el paisaje di Fernando Brito, dove i cadaveri del narcotraffico messicano vengono accolti dalla natura come fossero parte integrante dell’ambiente. In risposta a questo filone, la violenza si fa bellezza negli scatti di Richard Mosse il quale, utilizzando una pellicola nata per scopi militari, tinge irrealisticamente di rosa gli altopiani dell’est del Congo, zona di guerra e di atroci crudeltà. Sempre in opposizione alla costruzione di bellezze negative, Vandy Rattana immortala in Cambogia alcuni stagni idilliaci, ferite del suolo causate da bombardamenti ma ormai cicatrizzate dalla vegetazione balsamica.
Perduti nel paesaggio, visitabile fino al 31 Agosto, raduna più di 60 autori per un’esposizione complessiva di 70 fotografie, 84 opere pittoriche, 10 video, quattro video-installazioni, quattro installazioni, quattro interventi context specific, un progetto web specific e un libro d’artista.

Giordano Bernacchini

Perduti nel Paesaggio
A cura di Gerardo Mosquera
05 aprile 2014 / 31 agosto 2014
MART Rovereto
MART

 

ABBONATI A D’ARS

Related posts