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Prove tecniche di mutazione

MutaMorphosis: nei tre giorni di full immersion a Praga, ho avuto l’immediata sensazione di trovarmi al centro, nel nucleo della riflessione contemporanea: challenging arts and sciences, il sottotitolo, ma in realtà se ne potevano individuare parecchi, tutti pregnanti e interconnessi. Questo “centro gravitazionale” ha attratto persone che sono giunte da varie latitudini per portare e confrontare la propria esperienza. Ma anche per comprendere, conoscere, sentirsi parte di un “tutto interattivo”, dove la dimensione dello scambio si fonde con la necessità di abbattere dicotomie ereditate da secoli di modalità di approccio alle culture che sempre più avvertiamo inadeguate per essere nell’oggi e, ancor meglio, nel domani.

Farfalla della specie Blue Morpho
Farfalla della specie Blue Morpho

Mi ha colpito l’originale situazione del simposio dove gli scienziati interagiscono con gli artisti, gli antropologi con i filosofi, il pensare con il fare, lasciando intravedere questa neospecie di postumanisti e postscienziati che, forse, e per fortuna dentro qualche contraddizione, sentono la necessità di abbattere ognuno il proprio limite epistemologico.

Gli argomenti in campo sono stati davvero tanti, le riflessioni partono dalle possibilità di estensione, attraverso la tecnologia, delle nostre facoltà percettive per diventare “adeguati” a com-prendere l’universo relazionale – dal batterio al corpo e dal corpo al cosmo – fino alla tanto dibattuta questione dell’antropocentrismo, con tutte le sue implicazioni; durante un interessante  dibattito sull’argomento si è arrivati a mettere in discussione l’etimo stesso della parola, e l’inutilità del concetto stesso di “centro”.

Mutamorfosi: a metà strada tra metamorfosi e mutazione, questo termine rappresenta qualcosa in più di una metamorfosi, poiché la mutazione è un evento più accelerato, più drammaticamente intenso. Uno choc, rivoluzione copernicana che misura lo stato inquieto delle nostre strutture percettive, le quali nei secoli hanno già preparato il momento in cui l’uomo potrà lasciare il timore della propria espansione, dell’estensione delle proprie facoltà, perché non avrà fatto altro che “creare”, estrinsecare una possibilità che già esisteva in potenza dal momento della prima acquisizione ed elaborazione del proprio esistere.

Mi ha colpita molto, tra gli altri, la riflessione di Louis Bec, che si definisce zoosystémicien. Egli parte dalle riflessioni di Vilém Fusser, al quale a Praga è stata dedicata una mostra – e dai suoi studi di proiezione epistemologica e ironica sul futuro ecologico della condizione umana – attraverso un’analisi fenomenologica di un cefalopode vivente nei confini estremi degli abissi.

Facendo a pezzi i limiti del punto di vista delle egemonie antropocentriche, egli ha attribuito alla postura ottopodale un vantaggio cognitivo e adattativo determinante. Flusser, sempre secondo le osservazioni di Louis Bec, arriva alla conclusione che un fenomeno di alieniazione parallela, ma divergente, ha spinto il cefalopode a nascondersi nella notte degli abissi, sottomesso a pressioni incredibili, allorchè i mammiferi umani sono partiti alla conquista di una verticalità limitativa e amputativa.

Immagini documentative del lavoro di Vesna - Gimzewki  credits: http://www.artsci.ucla.edu/BlueMorph
Immagini documentative del lavoro di Vesna – Gimzewki
credits: http://www.artsci.ucla.edu/BlueMorph

Questa visione di un’ecologia zoologica invertita, fa apparire nello specchio deformante tutt’altra immagine della condizione adattativa umana. Su questo importante concetto Bec fa convergere le riflessioni sull’illustre praghese  Kafka, e in particolare sulle sue Metamorfosi. Kafka stesso, spiega Bec, ha mostrato all’estremo che l’esplorazione degli ambiti ostili e disperati del pensiero non poteva essere possibile che al prezzo di una mutazione e mutilazione fisiologica e comportamentale invertita e irreversibile. Il suo messaggio ecologico è cosi contemporaneo che anticipa le conseguenze delle metamorfosi negative sul piano morfologico, fisiologico, comportamentale e cognitivo.[1]

Lo studio etologico che il grande studioso francese persegue da tempo, sul comportamento di Gregor Samsa, trasformato in mostruoso insetto, rivela a quale punto le ibridazioni di qualsiasi natura siano difficili da assimilare e come i fattori di involuzione contrastino fortemente i principi di evoluzione, aprendo nuove prospettive. Allora, si domanda Bec, è necessario elaborare una strategia di “regressione” che possa opporsi alle condizioni del darwinismo imponente e rivedere le gerarchie stabilite tra l’animale e l’uomo? Il discorso è molto complesso, ma in sintesi, attraverso questa iperbole non priva di accenti ironici, Bec pone il centro della questione in modo assolutamente serio. L’opportunità sta nella transdisciplinarietà, nella possibilità di scambio tra arti scienze e tecnologie, per concorrere a creare il nuovo habitat vivibile fisicamente e psicologicamente, a costo di mettere in discussione la nostra cosiddetta “evoluzione”.

Ci dobbiamo dunque cimentare nell’esplorazione dei nanomondi: le nanoscienze, afferma Bec, procedono allo studio di fenomeni sconosciuti e alla manipolazione di materiali su scala atomica, molecolare e macromolecolare, di cui le proprietà sono differenti rispetto a quelle osservate su grande scala.[2] E’ qui che si sta svolgendo una parte di lavoro artistico, cioè l’osservazione dell’inosservabile. (Ma non è in fondo sempre stato cosi?)

E’ quello che sta facendo l’artista Vittoria Vesna in stretta collaborazione con lo scienziato James Gimzewski: la loro conferenza mi ha particolarmente colpita. Essi descrivevano la loro installazione interattiva su nanoscala, dal titolo “Blu morpho”. Semplificando una descrizione complicatissima, posso dire che si tratta di una registrazione, attraverso un particolare microscopio di forza atomica (AFM), del suono prodotto dalla mutazione della crisalide in farfalla. L’entrare violentemente dentro il processo di evoluzione della crisalide e condividere la mutazione di un essere in un altro, di un “cuore” che inizia a pulsare, ci fa capire quanta forza vitale ci sia in un insetto, quanto nel nucleo di ogni micoroorganismo possa essere violenta la trasformazione, avvicinandoci al cosiddetto non-umano con una sensibilità potenziata, una consapevolezza estesa. La farfalla non ha un cuore, ma otto pompe che fanno da suono di sfondo a questo processo mutazionale, emettendo un ritmo costante anche nel momento di maggior forza, catturato e amplificato nell’installazione: impressionante, straordinario. Non solo… durante la trasformazione le cellule che formano le ali si combinano in strutture nanofotoniche capaci di cogliere la luce in modo tale da formare quello straordinario colore blue Klein, che non è dato come si pensava in passato da un pigmento, ma dalla perfetta architettura dell’ala, tesa a catturare le iridescenze della luce solare. La Vesna afferma che nano non è solo rendere l’invisibile visibile, ma anche cambiare il nostro modo di relazionarci al silenzio, e rendere udibile l’inudibile. Lo spazio del microcosmo osservato e ascoltato estende l’umano e limitato punto di vista.

Questa consapevolezza esige, richiede un’estensione del “naturale” e soprattutto una apertura/identificazione dell’umano verso ciò che non lo è. Un ridimensionamento solo apparente che in realtà contribuisce alla ridefinizione – già in atto – del concetto stesso di vita. Siamo dentro un grande sciame, un insieme di particelle brulicanti e interattive che va verso una meta non sempre spiegabile.

Quando le nostre strutture percettive saranno in grado di elaborare il  “trauma mutazionale” allora sarà del tutto “naturale” avvalersi della tecnologia  perché il nostro corpo possa meglio vedere, sentire, esperire. Per poter aprire allo “sciame” la nostra individualità senza gerarchie di potere ma solo sviluppando gli strumenti di sintonizzazione tra la propria rotta e quella variabile e frattale dell’intero sistema.

Allora l’arte potrebbe perdere il proprio statuto, la sua valenza astrattiva, passando per l’empatia, fino ad abbattere dall’interno il muro di vetro che la separa dalla vita, quando il bisogno sarà superato, quando l’uomo potrà raggiungere la propria dimensione esistenziale creativa. Utopia del terzo millennio?

Cristina Trivellin

D’ARS year 47/nr 192/winter 2007


[1] Louis Bec, dall’Abstract del suo intervento al convegno, per gentile concessione dell’autore. Trad. dal francese C.T.

[2] ibidem

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