Dall'archivio D'ARS

Shelley Jackson. Riscrivere il mondo

Durante gli studi universitari mi sono imbattuta in Shelley Jackson, artista americana nata nelle Filippine nel 1963, e cresciuta a Berkeley in California. Ha studiato arte alla Standford e vanta un master in scrittura creativa presso la Brown University.  Il suo ipertesto creativo, uno dei primi in circolazione, Patchwork Girl – pubblicato dalla Eastgate Systems nel 1995 – era solo un’opera letteraria o qualcosa in più? Di letteratura si trattava sicuramente, e anche di metaletteratura, data l’ispirazione dal Frankestein di Mary Shelley e le nuove possibilità offerte dalla scrittura video. Il testo veniva composto e ricomposto a proprio piacimento dal lettore, che poteva seguire ogni volta un percorso di lettura differente. Ci si poteva perdere davvero nei numerosi collegamenti ipertestuali. Eppure, in aggiunta alle ovvie implicazioni culturali, filosofiche e sociologiche dell’operazione, grande peso aveva l’immagine della Patchwork Girl, quel disegno vagamente mostruoso e appena schizzato che dava un’idea abbastanza esatta dell’insieme dell’opera, della figura completa della ragazza descritta e del corpo in questione, che ricordavi per sempre. Oggi, sono quindi arrivata alla conclusione che Shelley Jackson, oltre a essere una scrittrice, sia una mix-media artist e l’ultimo suo lavoro, in particolare, testimonia questa direzione. E’ Inoltre illustratrice di storie per bambini, ambientate nella natura, il che sottolinea nuovamente il suo legame con il disegno.

La raccolta di racconti La melancolia del corpo, edita da Minimum Fax, è un’opera assolutamente letteraria, in cui l’autrice indaga il tema del consumo: “quel confine tra il sé e il mondo esterno”. Per spiegare il concetto afferma che “Quel che mangiamo diventa noi. Quel che ci mangia, diventiamo”. E’ affascinata da tutto ciò che all’interno e all’esterno del corpo è fluido e scivola, pertanto lo sperma, l’uovo, il latte, il sangue si trovano nel paesaggio e “si comportano come animali o come il tempo”, cioè in modo strano e animato.

"Shelley

La maggiore notorietà arriva con il recente progetto Skin, Un’opera d’arte mortale, dove la contaminazione tra letteratura e arte visiva si fa preponderante. Si tratta di un racconto tatuato sulla pelle di 2095 persone che hanno aderito spontaneamente all’iniziativa, senza avere molte informazioni in proposito, senza conoscere la storia. Una parola per ciascun individuo. Subito le adesioni sono state numerosissime, da Stati Uniti, America Latina, Canada, l’Europa, Giappone, Tailandia, Australia… Inizialmente ad alcuni capitava una congiunzione (ma, e) ad altri un articolo (il, la) oppure un elemento della punteggiatura (;) . Solo i più fortunati ricevevano sulla pelle un nome, un aggettivo o un verbo. Ben presto la Jackson ha ritenuto più interessante collegare la punteggiatura a un termine, per esempio “Allora,”, mentre ciò che restava e resterà non controllabile sono gli spazi tra le parole, il bianco della pagina, rappresentato dallo spazio esistente tra le varie persone coinvolte, sia che si conoscano, sia che vivano in paesi differenti.

La storia avrà significato nella sua lettura lineare, leggibile attraverso un video che immortala tutte le parole-tatuaggio nella serie consequenziale, ma anche nelle interpretazioni personali di ogni partecipante, che la scrittrice non può predire o gestire. Alla scomparsa di un volontario, seguirà anche la morte della sua parola e la formazione di altre storie più brevi e diverse. Alcuni partecipanti hanno domandato la possibilità di cedere la parola ai figli in modo da ricreare altri racconti. La fase finale del progetto sarà la storia di un’unica parola.

Ma chi sono le persone coinvolte? Sono amanti dell’arte e della letteratura, gente che ama i libri e il loro odore; alcuni avevano già sperimentato il tatuaggio in passato. Vogliono sentirsi parte di un progetto più grande di loro, di una nuova comunità. Molti si sono incontrati, hanno creato social group relativi all’iniziativa e inviano piccoli regali all’autrice, come se si fosse formata una sorta di strana famiglia.

Con Skin, di nuovo una riflessione sul corpo, tema essenzialmente legato agli anni 90 e al postmoderno, ma che l’autrice, coerentemente, porta avanti negli anni, allacciandolo a una “scossa elettrica” data al mondo letterario e alla nostra percezione dei testi. Numerosissime le implicazioni alla storia della body-art e ai recenti eventi di flash-mob.

Shelley Jackson, Skin, Meghan Kelly covered
Shelley Jackson, Skin, Meghan Kelly covered

Secondo Shelley Jackson, il lavoro riguarda “il cambiamento, la permeabilità e la collaborazione. (…) Come tutte le esperienze trasformative,  leggere, nella sua forma migliore, nuoce in qualche modo all’involucro nel quale ti muovi.  E’ una violenza, ma di un tipo che sopporti volontariamente. Ti apri a ciò, aspettandoti, e sperando anche, di venirne modificato, ma senza sapere come”. L’artista ha compreso che “la gente è più pronta ad abbracciare l’improbabile” di quanto avesse mai potuto immaginare ed è convinta che “il mondo può essere riscritto.”

In cantiere, con la sorella Pam, il progetto Gioco delle bambole, che rivelerà nuove sorprese.

Vera Agosti

 D’ARS year 51/nr 206/summer 2011

 

N.A: Le citazioni e alcune informazioni sono tratte dall’intervista all’autrice di Rosita Nunes, per Tattoo Highway nel 2004.

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