Dall'archivio D'ARS

L’arte fuori di sé

È da poco uscito in libreria “L’arte fuori di sé”, scritto a quattro mani da Paolo Rosa e Andrea Balzola; nato dall’esperienza sul campo, il libro rappresenta una sorta di “manifesto” di azione e reazione all’attuale sistema dell’arte contemporanea, che secondo gli autori è divenuto meccanismo autoreferenziale nel quale sono andate perdute le motivazioni originarie del fare arte, dell’esperirla, del comprenderla. Un testo denso, dove le teorie non sono parte di un edificio concettuale astratto ma vengono partorite direttamente dalle pratiche: un libro in cui le parole hanno la densità dell’esperienza, della riflessione, talvolta sofferta, sulla cosciente responsabilità di chi produce arti e culture non al fine di appagare deliri narcisistici ma per condividere sensi e immaginari con la collettività alla quale fa dono di sé, donandosi.

L'arte fuori di sé, Andrea Balzola, Paolo Rosa, 2011
L’arte fuori di sé, Andrea Balzola, Paolo Rosa, 2011

Si parte proprio da una disincantata e lucida analisi del panorama creativo attuale, dove l’arte è “fuori di sé” perché ha perso sensi, valori e codici, perché è stata totalmente ingabbiata dal mercato e dai poteri economici che hanno avvelenato, fino a neutralizzarlo, il potere sovversivo insito in essa. E’ fuori di sé perché è in corso una trasformazione dell’umano che sempre più si ibrida con le tecnologie, si connette e si relaziona in mondi virtuali, prende coscienza della rete e fa i conti con la propria individualità, uscendone. La criticità contenuta dentro questa “uscita da sé” ha bisogno di azioni creative che la trasformino radicalmente, ribaltandola in una grande opportunità. E’ allora che l’arte, trascendendo se stessa e il proprio statuto passatista e inadeguato, si trasforma -grazie ad un uso intelligente e creativo delle risorse messe a disposizione dalle tecnologie più avanzate- in antidoto alle patologie dell’età post-tecnologica, spostando il baricentro dalla creazione individuale a quella collettiva, dall’opera compiuta al processo aperto, dalla centralità dell’artista “genio” allo spettatore, con una circuitazione totalmente diversa, gratuita e molto più partecipata degli eventi artistici.[1]

Emerge la figura dell’artista plurale, elemento connettivo e relazionale le cui opere sono concepite come attivatori di immaginari condivisibili,  di processi in cui autore e spettatore sono parte attiva e integrante dell’opera. “Non l’uomo – scrive Hannah Harendt – ne La vita della mente, ma gli uomini abitano questo pianeta. La pluralità è la legge della terra”.  L’esperienza quasi trentennale di Studio Azzurro dimostra che questo modus operandi non solo è possibile ma anche fortemente auspicabile, perché l’arte sia di tutti, perché sia patrimonio collettivo e non manufatto costosissimo rinchiuso nel caveau del collezionista che l’ha acquistato con lo stesso spirito che lo guida quando compra un pacchetto di azioni in banca.

L’artista che usa la tecnologia dovrebbe essere consapevole dei rischi e delle potenzialità di quel mezzo, per poter meglio catalizzare e dirigere l’opera dentro un’orchestra sostenibile, umanamente, ecologicamente e poeticamente. La sostenibilità di un’opera si misura anche nella sua possibilità di scomparire: gli artefatti, anziché occupare spazi con la loro densa materialità, possono smaterializzarsi restando presenti solo nel ricordo di chi li ha fruiti.

In questa mutazione antropologica in corso, risulta importantissima la funzione della rete: se l’invenzione della prospettiva rinascimentale aveva fatto implodere l’universo rappresentabile, la rete lo fa letteralmente esplodere, in quanto meccanismo non più rappresentativo ma generativo di dinamiche sociali. Il web.2 ci rende soggetti attivi, con enormi potenzialità di esserlo sempre più; si veda il ruolo che hanno avuto i social network nell’organizzazione di sommosse e rivoluzioni, sfuggendo ai controlli di dittature e regimi repressivi. Il mensile “Wired” lo scorso anno ha proposto la candidatura di Internet come Nobel per la Pace.

Rosa e Balzola dedicano diverse pagine al concetto di interattività, distinguendolo da quello di interazione: interattività è interazione intercettata. L’arte interattiva innesca un dialogo con lo spettatore che diviene produttore di esperienza, dove l’evento è di tipo auratico. Se Walter Benjamin annunciava la sparizione dell’aura proprio con l’avvento della tecnica, qui si tratta di un tipo diverso di aura, senza culto e senza devozione, perché l’aura non appartiene all’opera ma all’evento. Ciò che si impregna di “aura” non è l’opera bensì la sua esperienza. Anche la bellezza, dunque, non risiede nell’opera stessa ma nei suoi effetti, nei fenomeni che genera e produce.

E’ l’artista che deve in qualche modo preservare il pubblico dalla possibile manipolazione da parte del potere tecnologico che può soggiacere, edulcorato, all’evento artistico, così come deve evitare che i dati registrati non diventino una mappatura dei comportamenti umani, strumentali ad ulteriori strategie di appiattimento e conseguente controllo. L’artista in questo senso assume una responsabilità forte, cioè quella di destrutturare ogni tipo di condizionamento, innescando nel fruitore un atteggiamento di profanazione del dispositivo (come suggerisce Giorgio Agamben) volto a sottrarre l’opera alla sacralità del valore economico e restituendola a un uso condiviso.

Si parla di un ripensamento che non si limita ovviamente all’arte contemporanea nel suo ambito più definito ma si estende ad altre pratiche come il teatro, il cinema e ad altri luoghi pubblici come le Accademie e i musei. Studio Azzurro lavora molto sulla trasformazione del museo da una forma statica verso una dinamica, che sappia raccontare e raccontarsi, che sia radicato nelle storie e nei territori in cui nasce e si allontani dall’edificio-cassaforte, moderno luogo di culto senza fedeli.

Dunque, l’arte esce da sé per mutare pelle e diventare uno strumento di interpretazione del presente e di immaginazione del futuro.

Ho incontrato Paolo Rosa in occasione dell’uscita del libro, un evento importante nella sua carriera di artista, docente e libero pensatore. Mi ha dedicato del tempo -con la disponibilità e il garbo che lo contraddistinguono- per parlare di ciò che ha significato per lui questa pubblicazione: “Sentivo la necessità di buttare un sasso nello stagno”… necessità fisiologica per individui coscienti del proprio ruolo, che non hanno venduto l’anima alla politica preferendo lavorare per la liberazione di immaginari della polis, necessari alla “sopravvivenza attiva”.

L’arte che pratichiamo non fa politica, ma si fa politica, cioè produce autonomamente dalla politica un progetto di riconfigurazione dei comportamenti e delle sensibilità collettive.

Paolo Rosa è uno dei fondatori di Studio Azzurro, gruppo di ricerca artistica sui nuovi linguaggi nato nel 1982. Da molti anni si interessa ai temi dell’interattività e del multimediale realizzando installazioni, spettacoli, film e “musei narrativi”. E’ Preside di dipartimento dell’Accademia di Brera e autore di svariati libri sull’attività di Studio Azzurro.

Andrea Balzola, drammaturgo, sceneggiatore e regista multimediale, insegna all’Accademia di Brera e all’Università “la Sapienza” di Roma. E’ autore di numerose pubblicazioni tra cui “le arti multimediali digitali (Garzanti 2004); una drammaturgia multimediale (Editoria & Spettacolo, 2009) e La scena tecnologica (Audino Editore 2011).

Cristina Trivellin

D’ARS year 51/nr 208/winter 2011


[1] Questa e tutte le seguenti parti in corsivo sono citazioni tratte dal libro

 

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