Cinema

Un giorno al Film Festival di Locarno 2015

Si è da pochi giorni conclusa la 68.ma edizione del Film Festival di Locarno, un festival che Francesco Boille su “Internazionale” propone di incoronare definitivamente come “il più innovativo” nel panorama contemporaneo.
Il direttore artistico Carlo Chatrian, a parte qualche inevitabile critica, sembra avere anche quest’anno vinto la scommessa: scelte qualitative alte, volte a privilegiare film magari non adatti alla grande distribuzione, ma di indubbio valore artistico e culturale. Immancabile ormai da qualche anno, la nostra spedizione di un giorno: senza curarci dei favoriti, ci immergiamo nelle sale con l’entusiasmo della scoperta. Vi parliamo dunque dei film che abbiamo visto; per le notizie sui premi rimandiamo direttamente alla fonte.
La pellicola che ci ha maggiormente colpite,  è stata Bella e perduta, del documentarista Pietro Marcello al quale abbiamo dedicato un approfondimento (qui).
Al consueto gioco delle parole chiave, quest’anno le favorite sarebbero: intimismo, esistenza, coscienza, perdita, intreccio, salvezza.

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“Tikkun”, regia di Shai Goldman, Film Festival Locarno

Con la regia dell’israeliano Shai Goldman, Tikkun (vincitore del Premio speciale della giuria nel concorso internazionale del festival) ha il pregio di metterci intimamente in contatto con una società della quale, attraverso due lentissime ore, emergono contraddizioni e ipocrisie. Il film, con una bellissima fotografia in bianco e nero (infatti e giustamente premiata) e composizioni sempre elegantissime ma statiche, ha uno sguardo molto duro nei confronti dell’ortodossia, in questo caso quella ebraica, con le sue leggi e divieti. Haim-Aaron è un giovane religioso intellettuale ultra ortodosso che, a causa dei troppi digiuni, si avvicina pericolosamente alla morte: viene salvato dalla determinazione del padre, ma esce apatico da questa esperienza allontanandosi progressivamente dal culto e scatenando le ire del padre. Quest’ultimo si convince di essere andato contro la volontà divina, poiché il destino del figlio era quello di morire: alla fine questa volontà verrà rispettata.

Le prime scene del film mostrano un macello kosher dove il padre lavora, mentre nell’ultima scena il figlio muore dissanguato, così come dissanguate muoiono le bestie, in un rituale crudele. Il sangue, come la coscienza, lascia lentamente il corpo in un atto che viene, sì, considerato purificatorio, ma che ha al contempo un effetto de-responsabilizzante (io non ti ho ucciso, sei morto da solo). Inevitabile dunque non cogliere una forte identificazione tra il padre del protagonista e Dio, due figure castranti per il figlio che in realtà possiede una innata e autonoma tendenza alla vita spirituale.  Anche le pulsioni erotiche del protagonista sono completamente castrate dalla famiglia e dai dettami ortodossi; l’unico approccio alla sessualità Haim-Aaron lo vive, prima di morire investito da un’auto, con il cadavere di una donna a sua volta spirata in un incidente stradale. Egli è un morto tra i vivi e la cultura ebraica non permette la contaminazione tra i due mondi. Non ci si salva dall’accettazione di un complesso di leggi religiose che poco hanno a che spartire con la spiritualità e la vera, intima ricerca del sé.

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“Olmo and the seagull”, regia di Lea Glob e Petra Costa, Film Festival Locarno

Olmo and the Seagull (Lea Glob, Petra Costa) è un docufiction dalla sceneggiatura interessante in quanto frutto di compenetrazione doppia tra la vita e il teatro: i protagonisti vivono sul set una storia reale e una storia narrata che oscilla dall’intimità di un bambino in arrivo alla messa in scena de Il gabbiano di Cechov a cura del Theatre du soleil del quale la coppia fa effettivamente parte. La protagonista (una brava e convincente Olivia Corsini) doveva interpretare Arkadina, il personaggio femminile del dramma di Cechov, emblema di libertà, ma la scoperta di essere incinta e di avere una gravidanza a rischio rimescola le carte e costringe Olivia a restare in casa per nove mesi. A causa di questa “gravidanza claustrofobica” Olivia sembra in qualche modo impazzire avvicinandosi così al personaggio cechoviano di Nina – l’attrice che abbraccia la follia – e accettare la messa in discussione di questa reale o presunta libertà, che è la libertà del teatro e della vita, di svegliarsi ogni giorno in un luogo diverso come amava fare.

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“Olmo and the seagull”, regia di Lea Glob e Petra Costa, Film Festival Locarno

Il film ribalta i cliché della gravidanza che normalmente viene dipinto come il periodo più felice della vita di una donna e mette in risalto invece le ansie e le contraddizioni che emergono dall’intreccio inscindibile di donna/attrice/mamma. Film tenero e raffinato, scevro da stucchevoli retoriche.

In Chant d´Hiver del regista Otar Losselliani, la società – con le sue regole e manie – viene ridicolizzata. Il film è avvolto da un’atmosfera leggera e di non-sense che ricorda certi sketch dei Monty Python e la comicità slap-stick. È costruito su diversi piani temporali ma non se ne coglie pienamente il motivo: forse l’intento era di creare un’analogia tra la Rivoluzione Francese, le guerre caucasiche di fine secolo e la Parigi di oggi. Si apre con una scena che svela il mood: per un guasto la ghigliottina pare non funzionare, ma quando la decapitazione fa il suo dovuto effetto la testa tagliata è quella grottesca di un pupazzo che una donna avvolge in un panno, appropriandosene. L’evento pare alludere a tutte quelle morti ingiuste che, oggi come ieri, continuano ad affollare la Storia.

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“Chant d’Hiver”, regia di Otar Losselliani, Film Festival Locarno

I soldati caucasici saccheggiano le case dei luoghi che vanno a bombardare, così come i ragazzini per le strade di Parigi si divertono a derubare i passanti continuando a passarsi borse e cappelli rubati come una patata bollente. I ricchi e gli aristocratici vivono nelle loro ossessioni e paure tra le quali la più incombente è quella di perdere la propria dimora. In questo surreale e talvolta sfuggente intreccio di personaggi, l’unico leit motiv è proprio lo “sfratto” inevitabile metafora della vita e della morte, che viene vissuto con leggerezza dai senzatetto e con pesantezza da chi possiede case e averi.

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“Chant d’Hiver”, regia di Otar Losselliani, Film Festival Locarno

Dentro tutto questo bailamme esiste un interstizio poetico dove trova spazio l’amicizia e la solidarietà, soprattutto tra i meno giovani, accomunati dalla ineluttabile vicinanza allo “sfratto”.

Cristina Trivellin, Eleonora Roaro

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