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Yayoi Kusama. Infinity Net, la mia autobiografia

Lo spirito creativo dell’artista, pur condizionato dall’evolversi di una malattia, è al di là dell’opposizione tra normale e anormale e può essere metaforicamente rappresentato come la perla che nasce dalla malattia della conchiglia: come non si pensa alla malattia della conchiglia ammirandone la perla, così di fronte alla forza vitale dell’opera non pensiamo alla schizofrenia che forse era la condizione della sua nascita.

Karl Jaspers, Genio e follia, 1922

Yayoi Kusama, Infinity Net. La mia autobiografia 2013, Johan & Levi Editore
Yayoi Kusama, Infinity Net. La mia autobiografia
Johan & Levi Editore, 2013

Infinity Net. La mia autobiografia è l’autobiografia di Yayoi Kusama, pubblicata in Giappone nel 2002 e edita in Italia nel 2013 da Johan & Levi editore. La sua storia personale è talmente inscindibile dalla sua produzione artistica che il libro stesso è una dichiarazione di poetica. Descrive incontri con persone importanti della sua esistenza, come quello con l’artista Joseph Cornell; parla della sua giovinezza in Giappone e degli anni newyorkesi.  Minimo comun denominatore di tutti gli istanti della sua vita è la pittura. Dipingere è per lei una raison d’être: “Continuare a dedicarmi all’arte ha costituito, per me, il solo modo di trovare sollievo nel scorso della mia battaglia contro queste sofferenze, ansie e paure. Seguendo il filo dell’arte sono riuscita a restare in vita, se non lo avessi fatto sicuramente avrei finito per suicidarmi molto prima, incapace di sopportare oltre il mondo attorno a me”.

Yayoi Kusama nasce a Matsumoto, nella prefettura di Nagano, il 22 marzo 1929 da una famiglia dell’alta società. È l’ultima figlia di Kusama Kamon e di sua moglie Shigeru. Da ragazza inizia ad avere allucinazioni visive e all’udito: vede un’aura attorno agli oggetti e sente parlare piante e animali. Ricrea sin dagli inizi queste visioni con la matita o con il colore, come se fosse l’unico antidoto alla follia. Racconta di un Giappone arretrato, tradizionalista e misogino, tanto che quando si iscrive all’Istituto Municipale d’Arte di Kyoto, rifiuta le lezioni tradizionali, come la pittura in stile giapponese (nihonga), e non tollera il rapporto maestro-discepolo perché eccessivamente codificato. La madre tradizionalista ostacola la sua vocazione per la pittura e la costringe a seguire il padre durante i suoi incontri con le geisha. Da adolescente la convincono che il sesso sia qualcosa di sporco e che l’amore romantico non esista.

Yayoi Kusama, Narcissus Garden
Yayoi Kusama, Narcissus Garden

Nel 1952 espone duecento opere nella sua prima personale a Matsumoto, ma il suo unico sogno è quello di abbandonare il Giappone per andarsene in un luogo dove si potesse sentire più libera. Un giorno trova in un negozio del suo paese trova un libro con i dipinti di Giorgia O’Keeffe, la moglie di Alfred Stieglitz, e le scrive. Dopo poco riceve una risposta e così si decide a partire per gli Stati Uniti. È il 1957. Dopo qualche mese a Seattle si trasferisce a New York, dove nel primo periodo di estrema povertà dipinge in continuazione per non sentire la fame e il freddo. Nell’ottobre del 1959 espone nella sua prima personale newyorkese Obsessional monocrome presso la Brata gallery alcune Infinity Nets, tele di infiniti punti di struttura e di centro, ripetuti ossessivamente. Da lì la sua posizione nell’avanguardia di New York si consolida sempre di più. Intorno al 1961 realizza le soft scultpures, sculture morbide: le sue Infinity Nets si espandono al di là della tela, infrangono la dimensione del quadro divenendo tridimensionali. I pois (mizutama) ricoprono tavoli , pavimenti, sedie, pareti. Queste sculture, come la sua prima installazione Aggregation: One Thousand Boats Show,  sono ricoperte di falli per sublimarne la paura. “In genere gli artisti non esprimono in modo diretto i loro complessi, mentre io li scelgo come temi delle mie opere, insieme alle mie paure. Il solo pensiero che un oggetto allungato e sgraziato come un fallo possa entrare dentro di me mi fa orrore. Ecco perché faccio tanti peni. L’idea di continuare a mangiare per tutta la vita porzioni di pasta sputata fuori da una macchina mi riempie di disgusto. Quindi faccio sculture a forma di maccheroni. Lavoro, lavoro e ancora lavoro finché non resto seppellita dal processo. È ciò che chiamo obliterazione.”

Auto-obliterazione, self obliteration:  un gesto ripetuto all’infinito, fino all’annullamento del pensiero.

Yayoi Kusama, Naked happening, 1968
Yayoi Kusama, Naked happening, 1968

Dal 1965 realizza i Kusama’s happenings, che portano l’arte oltre l’atelier, verso nuovi territori. Nel 1967 entra in contatto con il movimento degli hippie, affascinata dal loro dal modo di vivere la sessualità e dal desiderio di maggior naturalità: “L’amore libero è un modo di riconoscere l’esistenza dell’altro, di creare rapporti di solidarietà attraverso atti sessuali squisitamente umani”. A Yayoi interessa il potenziale creativo di un corpo nudo e, nonostante le sue fobie sessuali, fa spogliare uomini e donne e dipinge rapidamente i corpi nudi.

Nel 1975 lascia definitivamente New York: deve tornare in Giappone per ricoverarsi in un ospedale di Shinjuku, a causa di alcuni problemi alla vista e continue allucinazioni. Trova una nazione cambiata, poiché ha perso “la parte migliore della propria storia per ricorrere ad una squallida modernizzazione”. Nel 1993 è invitata ufficialmente a rappresentare il Giappone alla Biennale di Venezia. Riscopre la lingua giapponese e la passione per la scrittura: racconta di essere stata indecisa da ragazza se diventare artista o scrittrice. Oggi dedica tutto il suo tempo alla creazione e vive alla giornata. Su di lei il filosofo Asada Akira scrive: ” Ha saputo rovesciare il fenomeno, potenzialmente mortale, della ripetizione compulsiva, lo ha trasformato in arte e ha pianificato così un percorso di guarigione. […] Sì, proprio lei, che è arrivata così vicino alla morte, è riuscita a trovare un modo per sopravvivere attraverso l’arte. La sua arte è arrivata ben oltre la semplice auto-guarigione. […]”.

Eleonora Roaro

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