L’artista americano Joe Davis (USA, 1953), tra i fondatori del movimento biotech, è stato il primo a rendersi conto delle straordinarie potenzialità insite nella molecola di DNA, prima ancora dell’avvio del Progetto Genoma Umano.
Nello specifico Davis manifesta un particolare interesse per il significato simbolico insito nel codice genetico, che nelle sue opere è trattato come una catena di informazioni.
Attraverso un sequenziamento artistico del DNA del batterio Escherichia Coli, Davis ottiene delle strutture molecolari che non hanno alcuna corrispondenza con la realtà fisica o con le leggi della natura. Le basi azotate delle molecole di acido deossiribonucleico vengono utilizzate come tasselli per la composizione di messaggi la cui struttura è influenzata dalle forme di codifica informatica.
La prima di queste molecole artistiche è Microvenus (1986, esposta ad Ars Electronica, 2000). Microvenus è stata realizzata con la collaborazione della genetista Dana Boyd presso il laboratorio di Jon Beckwih alla Harvard Medical School e il laboratorio della Hatch Echol all’University of Califonia di Berkeley. Negli anni successivi Joe Davis ha appreso i metodi per sequenziare la molecola di DNA con la collaborazione di Shuguang Zhang e Curtis Lockshin presso il laboratorio di Alexander Rich al Mit Biology di Boston.
Il messaggio che l’autore ha scelto di codificare nella molecola era destinato ad una intelligenza extraterrestre. Contiene un icona visiva che rappresenta gli organi genitali femminili, e che, per un’insolita coincidenza, è simile ad un antica runa germanica simbolo della divinità femminile della Terra.
Davis sequenzia le basi del DNA del batterio inserendo, oltre alle informazioni grafiche, anche quelle di decodifica. L’immagine viene trasformata in codice elaborandola sotto forma di matrice numerica bidimensionale, con delle variazioni lineari anche del peso molecolare. La molecola Microvenus può così essere decodificata in un modello scultoreo, dato dalla corrispondenza con i volumi tridimensionali occupati dalle strutture degli acidi nucleici. Il segno grafico è stato trasformato in molecola mutuando dall’ambito informatico il metodo di digitalizzazione delle immagini.
Partendo da una idea di discretizzazione dell’informazione, il materiale genetico è diventato lo strumento per veicolare il messaggio attraverso la suddivisione in unità elementari (bit) che possono assumere, alternativamente ed esclusivamente, i quattro valori delle basi azotate del DNA.
La Teoria matematica della comunicazione di Claude Elwood Shannon acquista così un nuovo dominio d’indagine. Davis non si preoccupa di analizzare il significato del singolo gene ma ne trasla il ruolo per proporci una nuova metafora della genetica.
A Linz per il festival Ars Electronica del 2000 Davis espone per la prima volta Riddle of life, la sua seconda opera transgenica realizzata tra il ‘93 e il ‘94. Questo batterio di Escherichia Coli è stato creato nel laboratorio di Alexander Rich, Mit Biology, Boston, dove è rimasto da allora. L’opera esposta a Linz è stata creata da zero in Europa al Burghardt Wittig Laboratory all’Institute for Molecular Biology and Biochemistry, Free University of Berlin in Germania. Anche in questo caso il risequenziamento del DNA è lontano da qualsiasi riferimento alla sua naturale funzionalità.
L’artista americano concepisce l’opera come il punto finale di una presunta rivalità nata in ambito scientifico tra il biofisico Max Delbruck e il biologo Gorge W. Beadle. Nell’autunno del 1958, Beadle si vide recapitare un misterioso telegramma, inviatogli dal collega Delbruck, durante la cerimonia di premiazione dei premi Nobel a Stoccolma. In quegli anni, dopo la scoperta della corrispondenza tra le venti distinte triplette di nucleotidi del DNA con venti amminoacidi, diversi scienziati si interrogavano sulla presenza o meno di spazi fra le triplette. Beadle ricevette il premio Nobel assieme a E. L. Tatum e J. Lederberg, per la scoperta di questa corrispondenza sostenendo che il DNA non contenesse spazi tra le sue parole. Delbruck era convinto del contrario ed espresse la sua opinione in quel telegramma, che venne trasmesso come una parola continua di 299 lettere: As, Bs, Cs, Ds. Beadle intuì subito il sistema di decodifica del telegramma e ottenne la seguente frase:
“BREAK-THIS-CODE-OR-GIVE-BACK-NOBEL-PRIZE-LEDERBERG-GO-HOME-MAX-MARKO-STERLING” (“Spezza questo codice o restituisci il premio Nobel, Lenderberg torna a casa, Max, Marko, Sterling”). Beadle rispose con un codice differente secondo la propria idea di DNA. Quando il messaggio venne consegnato al laboratorio di Delbruck, al Caltech, fu così decifrato:
“GWBTOMDIMSUREITSAFINEMESSAGEIFICOULDDOTHEFINALSTEP”. (“GWB è poco sicuro che sia un messaggio giusto se posso fare l’ultima mossa”.)
Il contrasto tra i due scienziati non si fermò al semplice scambio di telegrammi. Delbruck non volle lasciare l’ultima parola al neolaureato premio Nobel. Realizzò un modellino con stuzzicadenti di quattro colori diversi che fece recapitare a Beadle durante una conferenza tenutasi il giorno dopo la premiazione.
Anche in questo caso si trattava di un messaggio criptato ma il codice era costituito da colori piuttosto che da lettere. Delbruck, inconsapevolmente fu il primo ad utilizzare la scienza biologica per veicolare un messaggio poetico, iniziando un percorso che ha portato all’arte genetica. La frase che espresse attraverso il modellino risultò essere: “I am the riddle of life. Know me and you will know yourself” (“Sono l’enigma della vita, risolvimi e conoscerai te stesso”).
Davis, colpito dalla vicenda, ha deciso di ricostruire la molecola di Delbruk in laboratorio. Lo stesso autore afferma: “Fu un precedente importante l’idea che informazioni extrabiologiche – in questo caso l’inglese – potessero essere rappresentate in forma genetica… Delbruck e Beadle ebbero un’idea ingegnosa nell’esprimere il linguaggio umano sotto forma di DNA, ma nel 1958 non era possibile costruire acidi nucleici artificiali o sintetici” (link alla citazione).
Come in Microvenus, in questa opera Davis mette in evidenza come il materiale organico possa essere utilizzato e analizzato sulla base di concezioni diverse da quelle relative alle funzionalità biologiche. Le molecole create non presentano alcuna qualità attinente all’idea di controllo della vita. Tuttavia ci propongono una rappresentazione del DNA in linea con la cultura tecnologica in cerca di continue corrispondenze con un modello di riduzione del tutto ad informazione.
Nel 2002 nel Center for Advanced Visual Studies del MIT, Joe Davis presentò la propria esperienza legata all’opera the Milky Way DNA. L’artista americano, dopo l’esperienza di Microvenus e Ridde of life, decide di sintetizzare una super molecola di DNA che codifichi una mappa della Via Lattea. L’intero progetto è stato ispirato da una favola in cui la protagonista, un bimba viziata, ritrova la felicità perduta dopo aver incontrato un topo con la mappa del mondo sul suo orecchio. La mappa in questione è in realtà un’immagine digitale della Galassia del peso di 1.1 kilobyte che deve essere pensata come una lunga stringa di numeri binari.
La super molecola utilizza 64 triplette di basi azotate per elaborare un linguaggio che codifichi l’input scelto in linguaggio genetico, cioè in sequenza di basi azotate. La presenza di un elevato numeri di pixel neri nell’immagine di partenza costringe ad escludere un tipo di codifica su base binaria o esadecimale perché questo comporterebbe l’eccessiva ripetizione di una delle quattro basi portando ad una veloce degenerazione della molecola.
Davis elabora un particolare metodo di codifica in base venti per sintetizzare una sequenza della lunghezza pari all’intero genoma di molti virus. La supermolecole ottenuta diventa un database in cui immagazzinare informazioni che diventano patrimonio genetico. Davis tuttavia non riesce a fondere questa sequenza con il genoma di alcun essere vivente. I metodi tradizionali per la creazione di organismi transgenici prevedono la sostituzione di un gene con un altro. The Milky Way DNA non poteva essere trattato come un gene poiché non codificava alcuna proteina. Gli organismi tendono ad eliminare sequenze considerate difettose o non significative biologicamente, se esse sostituiscono dei geni. Tuttavia vi sono porzioni di DNA che non codificano alcun gene la cui funzione è tuttora incerta.
La ricercatrice Dana Boyd risolse questo problema ideando un nuovo metodo di trascrittasi inversa detto Silent Code in grado di sostituire queste sequenze ripetitive non significative del genoma senza compromettere la sua funzionalità biologica. Il Silent Code utilizza diciotto dei venti aminoacidi. Ogni aminoacido è costituito da due o sei triplette di basi, dette anche codoni. Ogni codone è associato a un valore binario. Così agli amminoacidi costituiti da due codoni erano assegnati i valore 0 e 1; a quelli costituiti da tre i valori 0, 1, e 00; a quelli costituiti da quattro i valori 0, 1, 10 e 11; a quelli costituiti da sei i valori 0, 1, 10, 11, 00 e 01.
Davis afferma: “Silent Code è la forma di arte genetica più sublime di tutte le altre che la precedono. È il modo per disegnare una mappa del mondo che coincide esattamente con essa, è essa stessa”[1].
Lo spostamento di interesse dall’esplorazione dell’immensità dell’universo all’interiorità umana, non passa più attraverso il digitale degli anni ottanta, ma attraverso i semplici legami ad idrogeno del DNA. L’artista americano identifica la mappa del mondo con una sequenza lineare di numeri binari. Questa sequenza è associata e tradotta nella sequenza lineare delle basi azotate. La traduzione di un linguaggio in un altro diventa materia. La parola o la codifica binaria non sono più entità astratte o virtuali ma patrimonio genetico.
Loretta Borrelli
L’articolo è un estratto della ricerca condotta da Loretta Borrelli sul fenomeno delle bioarti.
[1] Bulatov Dmitry, Biomediale, Contemporary Society and Genomic Culture, Kaliningrad: KB NCCA, Russia, The National Publishing House “Yantarny Skaz”, 2004, p. 352.








