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Anish Kapoor a Milano

Anish Kapoor a Milano forza lo spettatore a fare i conti con se stesso, non c’è scampo.

La sua presenza si cristallizza contemporaneamente in due luoghi storici della città: la mostra omonima che raccoglie alcuni lavori dell’ultimo lustro nell’affascinante Rotonda della Besana sino al 9  ottobre 2011 e l’installazione site specific Dirty Corner nella Cattedrale della Fabbrica del Vapore visibile fino all’8 gennaio 2012.

Anish Kapoor Dirty Corner (particolare), 2011 installazione site-specific nella Cattedrale della Fabbrica del Vapore - Milano, photo: Andrea Melzi
Anish Kapoor Dirty Corner (particolare), 2011, installazione site-specific nella Cattedrale della Fabbrica del Vapore – Milano, photo: Andrea Melzi

La Rotonda, altro non è che la chiesa sconsacrata di San Michele che si erge vuota e voluttuosa nell’ex area cimiteriale dell’Ospedale maggiore e che ospita la famosa My Red Homeland, l’installazione composta da un gigantesco blocco di cera rossa circolare pervicacemente lavorato da un braccio meccanico lento come le lancette di un orologio del tempo cosmico. Tutto intorno troviamo dislocate lungo le campate barocche le famose sculture specchianti. In fondo My Red Homeland sembra essere una grande metafora dell’artista demiurgo o dello stesso processo creativo dell’universo, dove nulla si distrugge ma tutto si trasforma. La cera è pastosa e rossa, come la carne, come il sangue, un colore particolarmente caro all’artista in quanto attraversa tutta la sua produzione, dagli esordi delle sculture di pigmenti puri all’ultima mastodontica invenzione del Leviathan, magmatica creatura che ha occupato tutto il ventre liberty del Grand Palais di Parigi da maggio a giugno 2011. Kapoor ama visceralmente il rosso perché in esso ritrova un’intrinseca drammaticità della vita, la potenza della sensualità, una profondità terribile senza eguali. Nel caso di My Red Homeland Kapoor richiede la nostra partecipazione, come citano i curatori Gianni Mercurio e Demetrio Paparoni nel catalogo della mostra “Ci troviamo ancora una volta dinanzi a un insieme indivisibile, che presuppone la compresenza di un negativo virtuale (la porzione bucata del marchingegno) e di un positivo (la cera modellata). In queste opere c’è dunque l’idea che la mente debba essere in grado di ricostruire a memoria la totalità dell’opera anche quando può percepirne solo una sezione.” Se in questo caso l’interazione è delegata all’immaginazione, abbracciando lo spazio con lo sguardo ci rendiamo conto che non possiamo evitare il riscontro fisico della nostra immagine riflessa nelle sculture in acciaio che ci circondano: C Curve, S Curve, Non Object (Door) e via dicendo. Siamo accerchiati da noi stessi, dai nostri avatar capovolti, oblunghi, obesi, gemelli omozigoti. Kapoor gioca con le nostre capacità percettive, fino a farci venire una leggera nausea se troppo vicini a questi grandi specchi concavi e convessi dalle forme archetipe. In fondo, ci obbliga a guardarci, a ipotizzare dei noi diversi in un contesto duplicato all’infinito. Lo stesso artista ha detto che “a volte l’irrealtà è più vera del vero”, concependo le sculture come una parte integrante del paesaggio e non come elementi depositati in un punto o dei corpi estranei che modificano l’ambiente; al contrario l’idea è che le opere diventino “luoghi” e vengano vissute quotidianamente dalle persone che le circondano (pensiamo a quello che è accaduto con Cloud gate a Chicago, ribattezzato “fagiolo” e casus belli dell’opinione pubblica contrastata).

Panoramica durante la vernice della mostra Anish Kapoor, 2011, Rotonda della Besana, Milano Photo: Andrea Melzi
Panoramica durante la vernice della mostra Anish Kapoor, 2011, Rotonda della Besana, Milano
Photo: Andrea Melzi

Poi Kapoor affonda il passo e dagli stucchi di San Michele ci porta alla “Cattedrale”, ex capannone industriale in cotto lombardo della Carminati, Toselli &C, oggi novello spazio espositivo nel complesso della Fabbrica del Vapore. E qui ci costringe a migrare da un paesaggio esteriore ad un territorio interiore compiendo un cammino reale… lungo 57 metri. È la lunghezza effettiva di Dirty Corner, questa enorme struttura in acciaio cor-ten color ruggine che ricorda un fiore, una calla per l’esattezza, di 7 metri di apertura e che prosegue con il suo stelo di 3 metri di altezza lungo tutta l’orizzontalità della Cattedrale, progressivamente ricoperto di un terriccio rosso rovesciato su di esso da un nastro trasportatore. L’installazione deve essere percorsa dallo spettatore che, generalmente titubante, si addentra in queste fauci scure per sbucare da una porticina laterale visibile solo a fine percorso nell’oscurità totale.

Si è voluto leggere questa grande struttura come un utero, una metafora delle pudenda femminili dal dentro e di quelle maschili all’esterno, forse anche alla luce delle dichiarazioni dell’artista,  il quale racconta in diverse occasioni di voler creare delle opere sensuali, dotate di carica erotica, ma che a mio parere non devono obbligatoriamente coincidere con un’iconografia esplicita, anzi, spesso la voluttuosità sta proprio nella sublimazione delle forme.

Io personalmente ci leggo con convinzione un percorso catartico, più che la banale opposizione/interazione uomo donna nella doppia lettura del fallo e della vagina. In Dirty Corner veniamo risucchiati, scossi dalle nostre stesse paure ataviche, il buio, la claustrofobia, i vampiri che animavano i nostri incubi notturni da piccoli. Quelle paure nell’antro nero diventano concrete, ma poi interviene il coraggio, la sfida con se stessi per alcuni, la razionalità per altri e superiamo quel mezzo metro di vuoto tra la luce alle nostre spalle e la fessura chiara che anticipa l’uscita. Siamo fagocitati e partoriti, facciamo nuovamente parte del grande calderone della materia originato dalla Terra Madre che piano piano ricopre inesorabile questa gigantesca tuba di Falloppio cosmica…

Concludo citando questo passo particolarmente illuminante dei curatori: “Kapoor ha sempre inteso la scultura come un catalizzatore di energia capace di connotare il luogo che la ospita, ma anche come un’area di attività, un luogo dove accade qualcosa di significativo. A differenza di quanto avveniva con le sculture degli esordi, lo spazio si è lentamente spostato all’interno della scultura stessa, che pertanto occupa volumi sempre maggiori ed è più scura nel suo ventre. La scelta di coprire con un cono di terra la parte centrale esterna della scultura realizzata per la Fabbrica del Vapore di Milano riprende l’uso iniziale dei pigmenti colorati, visti come materia sottoforma di terra, ma anche come presenza materiale ed effimera allo stesso tempo.”

Morena Ghilardi

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