Mostre

Based in Berlin

L’estate berlinese si è aperta con una mostra che ha suscitato diverse polemiche andando a toccare un punto molto delicato per l’identità della capitale tedesca. Based in Berlin è stata pensata come evento unico: non è l’inizio di un progetto né un appuntamento a scadenza regolare ma, piuttosto, l’istantanea di un decennio o, forse, della sua fine. Voluta dal sindaco uscente Klaus Wowereit (al suo decimo anno di mandato) è apparsa fin da subito una tempestiva operazione politica più che una risposta alle esigenze della scena artistica berlinese con la quale, peraltro, l’amministrazione tenta di mantenere un dialogo costante. Dialogo che si muove tra la richiesta sempre più urgente di costruire una Kunsthalle e la lotta quotidiana contro la speculazione edilizia che polverizza gli spazi autogestiti e le possibilità di trovare atelier a buon prezzo. Non c’è dubbio che le autorità locali abbiano contribuito con eventi di respiro internazionale (tra cui la Settimana della Moda, la Biennale, il DMY) a rendere visibile un fermento creativo che dalla caduta del Muro in poi è diventato uno degli elementi di maggior attrattività di Berlino. Per questa mostra si è investito un budget impensabile in Italia chiamando tre super-curatori Hans-Ulrich Obrist, Klaus Biesenbach e Christine Macel, i quali a loro volta hanno incaricato altri cinque curatori junior (particolarmente legati alla città) per selezionare oltre 80 artisti emergenti “based in Berlin”. Sedi della mostra: Atelierhaus in Monbijoupark, KW Institute for Contemporary Art, Hamburger Bahnhof, Neuer Berliner Kunstverein e Berlinische Galerie. Tra questi l’Atelierhaus in Monbijoupark prima usata dalla Weissensee Kunsthochschule verrà demolita per lasciar posto a un locale di lusso. Sorte che accomuna diversi spazi nel raggio di qualche centinaio di metri. Il C/O – Forum Internazionale della Fotografia ha già ricevuto lo sfratto dall’attuale sede che diventerà un centro commerciale. Più avanti la Kunsthalle Tacheles, celebre centro sociale autogestito da artisti, è stata battuta all’asta e verrà presto sgombrata.

Jeremy Shaw, Best Minds Part One, 2008. 2 channel video. Installation with original score (detail). Courtesy of the artist.
Jeremy Shaw, Best Minds Part One, 2008. 2 channel video. Installation with original score (detail). Courtesy of the artist.

Il debito esorbitante dell’amministrazione comunale ha favorito la vendita di numerosi stabili pubblici a grandi società d’investimento non particolarmente interessate all’arte o al patrimonio architettonico. Nonostante ciò, Berlino resta senza dubbio the place to be per gli artisti, anche se in una dimensione precaria e di continuo ricambio. La maggior parte di loro è attratta dal basso costo della vita, dall’offerta culturale, dalla possibilità di entrare in un network internazionale ma pochi si stabiliscono definitivamente. In questo senso la connotazione based è molto calzante. Per un artista americano lavorare a Berlino significa, per esempio, avere più possibilità di essere preso in considerazione da un gallerista di New York. Spesso la capitale tedesca viene paragonata alla New York degli anni Settanta per la sua attitudine do-it-yourself e per la sua creatività diffusa. Le gallerie non hanno, però, la stessa capacità di acquisto di quelle americane. In questo senso Berlino è molto più resistente alla commercializzazione, più alternativa, se vogliamo usare un aggettivo “pigliatutto”. Qui più che altrove le mosse speculative degli ultimi tempi stridono con l’identità della città, con la sua tensione utopica e sperimentale verso una nuova definizione di sé. Alcune gallerie aprono e chiudono nel giro di un paio d’anni occupando temporaneamente edifici vuoti nell’attesa che comincino i lavori di ristrutturazione. Emblematico è il caso di alcuni appartamenti di lusso ricavati da palazzi dismessi nel cuore di Mitte. Pare che in occasione della Berlinale fossero state organizzate addirittura delle visite per le star nella speranza che qualcuno comprasse avviando una nuova moda tra le celebrities che invece, apparentemente, continuano a preferire Los Angeles o New York. Berlino non è glamour, per fortuna sua (forse).

Galerie im Regierungsviertel/The Forgotten Bar Projekt, The Forgotten Years 2007 - 2011, based in Berlin 2011, Photo by Amin Akhtar
Galerie im Regierungsviertel/The Forgotten Bar Projekt, The Forgotten Years 2007 – 2011, based in Berlin 2011, Photo by Amin Akhtar

Ciò che gli artisti hanno criticato con un documento ufficiale (sottoscritto anche da diversi ospiti della mostra) è la strumentalizzazione dell’arte a favore di mere strategie di marketing. La buona qualità dei lavori selezionati stride con un concept curatoriale inesistente e un allestimento frantumato. L’impressione è proprio quella di opere piazzate in spazi espositivi di prestigio, come dire “anche-voi-emergenti-potete-fare-una-mostra-qui-basta-che-intervenga-l’amministrazione-la-quale-è-in-grado-di-procurarvi-persino-dei-super-curatori” (curatori che in catalogo hanno scritto un testo introduttivo di mezza pagina). Accanto ad alcuni nomi già affermati – come Keren Cytter con il recente Avalanche (2011) sviluppato in parallelo tra Londra e a Berlino – si trovano progetti interessanti come quello di Tobias Kaspar che presenta un lavoro sulle tazzine da caffè, in sottile equilibrio tra letteratura di viaggio e pulsione classificatioria. Per dovere di cronaca campanilistica: c’è solo un italiano, Giulio Delvè, con un’installazione dal titolo Hotel Tritone. Rappresentativo di un certo spirito berlinese è l’archivio The Forgotten Years 2007-2011 che raccoglie tutte le opere dimenticate o donate in occasione delle mostre tenutesi in questo piccolo spazio di Kreuzberg dove, addirittura, nel 2008 (per due mesi di seguito) si svolse ogni sera un’inaugurazione diversa riducendo il format espositivo alla celebrazione di sé, alla sua forza catalizzatrice e socializzante.

Data la ricchezza degli spunti sarebbe stato più interessante chiamare gli artisti based in Berlin a confrontarsi con uno o più temi comuni, valorizzando l’opportunità di combinare energie “fresche” con un terzetto curatoriale di così alto livello. Tutto sembra stato deciso in fretta con una buona dose di Realpolitik puntando evidentemente alla quantità. I bei progetti richiedono tempo, non soltanto soldi. In questo senso è comprensibile che la comunità artistica reclami la costruzione di una Kunsthalle: uno spazio pubblico in contrappunto alle numerose gallerie private che senza essere museo – dunque senza il “vincolo” di una collezione permanente – diventi il propulsore di mostre finanziate con un budget regolarmente stanziato, attorno a cui possa crescere e trovare (un’altra) visibilità il potenziale della costellazione berlinese.

Clara Carpanini

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