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Identità Virtuali

Natalie Bookchin, Mass Ornament, 2009. Video Installation. Courtesy the artist

Natalie Bookchin, Mass Ornament, 2009. Video Installation. Courtesy the artist

Immortalità digitale o suicidio digitale? La nostra identità online riuscirà a sopravvivere all’esistenza fisica o preferirà dissociarsi dal sistema diventando al suo interno invisibile? Interessante scoprire il nostro destino digitale nel contesto del Web 2.0 attraverso le opere della mostra Identità Virtuali, allestita al Centro di Cultura Contemporanea Strozzina di Firenze (dal 20 maggio al 17 luglio 2011). Opere, installazioni e progetti che vogliono riflettere sulle implicazioni culturali, sociali e politiche delle identità virtuali con le quali in modo sempre più esponenziale ci interfacciamo con la realtà, tanto da essere ormai definite nativi digitali quelle persone cresciute utilizzando quotidianamente e assiduamente i dispositivi mobili e Internet. Alcune ricerche neuroscientifiche hanno addirittura dimostrato che, proprio attraverso l’uso costante delle attuali tecnologie, il cervello dei bambini è modificato nella propria struttura neuronale, distorcendone la percezione della realtà e il senso di responsabilità nel mondo. Il giovane artista Evan Baden rappresenta questa generazione: realizzando la serie fotografica The Illuminati – immagini di giovani che interagiscono con iPod e Playstation, smartphone e laptop, in cui l’unica fonte luminosa è quella degli schermi – vuole rendere l’osservatore consapevole dell’impossibilità di relazionarsi a questi soggetti, la cui espressione impassibile è indice di un distacco tra spazio mentale, immerso nel contesto digitale, e consapevolezza della propria presenza fisica. E proprio Immersion si intitola il video di Robbie Cooper, in cui, pur essendo ancora in primo piano la fusione tra l’individuo e lo spazio virtuale che lo circonda – la vera e propria immersione – sono ora percepibili le intense emozioni di ragazzi che giocano ai videogiochi o guardano un filmato: anche in questo caso sono però reazioni isolate, riservate allo spazio virtuale del gioco, proprio perché il profilo psicologico dell’utente è totalmente coinvolto dal mondo digitale interattivo.

Evan Baden, Katie with LG Chocolate, 2007, C-Print on Plexiglass, 76 x 102 cm. Courtesy the artist
Evan Baden, Katie with LG Chocolate, 2007, C-Print on Plexiglass, 76 x 102 cm. Courtesy the artist

Molto più consapevoli di essere osservati sono i soggetti che si espongono in portali quali Facebook, YouTube e MySpace: come i protagonisti degli oltre cinquemila videoclip che compongono l’installazione di Christopher Baker Hello World! or: How I Learned to Stop Listening and Love the Noise (titolo che riprende il titolo di un film di Stanley Kubrick del 1964, Dr. Strangelove or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb), i quali si rivolgono al pubblico anonimo di Internet per raccontarsi o addirittura autocelebrarsi. Siamo di fronte a un rumoroso accumularsi di voci che utilizzano la webcam come diario o megafono, che amplifica lo spazio privato del singolo rendendolo pubblico, esemplificando l’attuale schema della partecipazione online, che non è più quello del one-to-many tradizionale, a favore del simultaneo many-to-many. Rappresentativa della stessa impostazione comunicativa, la videoinstallazione di Natalie Bookchin, Mass Ornament, in cui è utilizzata la tecnica dello split screen (schermo diviso), in cui le diverse frazioni dello schermo sono occupate dalla proiezione di centinaia di video catturati sempre da YouTube, in cui uomini e donne ballano soli nella propria stanza; l’artista è attenta ad assemblare le inquadrature secondo un’analogia di passi ed ambientazione, come se tutti seguissero la stessa coreografia, alla quale è subordinata l’individualità dei singoli ballerini, che non hanno importanza per l’ornamento di massa. Per l’odierna società della comunicazione infatti quello che conta è il flusso dell’informazione, il parlare di se stessi, la condivisione online di esperienze, informazioni ed emozioni, per costituire la spinta a movimenti di massa che abbiano in qualche modo un impatto decisivo sulla realtà, nella sfera sia sociale che politica. Interagendo con la rete, l’individuo acquisisce così una propria immortalità digitale, in quanto lascia inevitabilmente tracce, che permettono di conservarne l’identità anche dopo la sua scomparsa fisica. Le persone immettono infatti nel web una così grande quantità di dati e informazioni che, se da una parte rappresentano una vetrina multimediale personale, dall’altra consentono a stati e grandi aziende di esercitare un’invasiva forma di controllo sulle proprie vite, determinando la creazione di profiling di potenziali clienti a cui formulare offerte commerciali mirate. È abbastanza allarmante la situazione che a questo proposito mette in luce The Catalogue, video di Chris Oakley: un sistema di videosorveglianza di un grande magazzino riprende gli spazi interni, in  cui gli individui sono seguiti in mezzo alla massa con la tecnica del motion tracking e, attraverso asterischi di diversi colori, sono associati ad etichette in cui sono elencate le loro abitudini commerciali e le informazioni generali che li riguardano, il cui destino è l’ingresso in un database secondo categorie prestabilite, che seguono il loro potere d’acquisto e le loro future esigenze. Tecnologia ancora accettabile quando non pretende di avere un controllo totale sulla nostra vita. Spesso però le informazioni pubblicate in rete, con una velocità spesso disarmante, non riescono nemmeno a essere verificate, causandone una degenerazione fino a innescare interpretazioni erronee. Molto gravi nel caso di Neda Agha-Soltan, studentessa di filosofia uccisa da un proiettile nelle strade di Teheran nel 2009 durante le manifestazioni di protesta seguite alle elezioni presidenziali: un blogger iraniano pubblicò un video che mostrava la morte di questa giovane, il cui nome rimane però indistinto durante i tentativi di soccorso. Il video ha rapida diffusione, e con esso scaturisce anche uno scambio di persona, che identifica  la vittima con Neda Soltani, docente di letteratura inglese, la cui immagine, rubata al proprio profilo Facebook, è utilizzata dai media, pubblicata da utenti Internet di tutto il mondo, diffusa tramite artisti e gruppi musicali. Neda diventa così la voce dell’Iran, il simbolo dei manifestanti: il regime reagisce facendo pressioni su Neda Soltani accusandola di essere una collaboratrice degli Occidentali e mettendola nelle condizioni di fuggire all’estero. Oggi la donna vive in Germania come rifugiata politica, status causato da una perdita di controllo sulla propria immagine e sui propri dati immessi in Internet.

Neda Soltani (http://taiwo.org/images/NEDA_SOLTANI_large.jpg)
Neda Soltani (http://taiwo.org/images/NEDA_SOLTANI_large.jpg)

Come correre ai ripari? Gli artisti italiani Les Liens Invisibles nel 2009 crearono e incitarono un servizio per tornare, almeno in parte, alla libertà dell’anonimato su Internet: Seppukoo – dal nome del suicidio rituale compiuto dai samurai per non doversi assoggettare a un nuovo signore – consentiva il suicidio digitale del proprio account su Facebook: dopo la mobilitazione degli avvocati, Seppukoo fu presto etichettato come spam, visto che ventimila persone in un mese decisero di cancellare il proprio account. Reciproche questioni di privacy…

Valentina Tovaglia

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