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Chekhov’s First Play: cruda messa in scena di Platonov

Il gruppo irlandese Dead Centre ha proposto nel Vie Festival di Modena Chekhov’s First Play, un allestimento cinico, sarcastico e anti-pirandelliano.

Dead Centre, Chekhov’s First Play. Credits foto: Jose Miguel Jimenez
Dead Centre, Chekhov’s First Play. Credits foto: Jose Miguel Jimenez

Sembra Pirandello ma non lo è. Anche i Dead Centre, compagnia che nasce a Dublino cinque anni fa, indaga la forma come il maestro di Girgenti. Ma qui la forma interessa soprattutto quando è comunicazione. Lo svecchiamento del logoro arzigogolo filosofico tra attore, personaggio e scrittura, passa dal rapporto tra didascalia e messa in scena, regia e autonomia del testo. Cose da Pirandello, se non fosse che il testo è quel Platanov che Cechov scrisse alla sola età di diciotto anni e che a Modena, nel Vie Festival edizione 2017, torna sotto forma di un’opera irrappresentabile tanto brucia il cortocircuito meta-teatrale, di regia nella regia, addirittura.

Al Comunale di Modena (ora Teatro Pavarotti) tutto sembra essere nel classicissimo drammone cechoviano: pizzi e merletti e quello stancante affastellarsi di parole tra un samovar e l’altro. Qua e là emergono i personaggi che arrancano sulle paludi della depressione, minacciati da una pistola che puntualmente sparerà alla fine dell’atto. Ma niente è come sembra in questo Chekhov’s First Play.

Dead Centre, Chekhov’s First Play. Credits foto: Jose Miguel Jimenez
Dead Centre, Chekhov’s First Play. Credits foto: Jose Miguel Jimenez

Lo spettacolo ha vinto il Best Sound Design e l’Irish Times Theatre Awards 2015; vederlo in Italia anche solo per la complessità della scheda tecnica è un sogno. Consultando il sito del gruppo (www.deadcentre.org) si scopre che la prossima data è il 18 e il 19 novembre a San Pietroburgo all’Alexandrinsky Theatre.

Ci godiamo quindi le cuffie su ogni poltroncina del teatro: indossandole non solo ci si isola dai fastidiosi commenti di pubblico generalista, ma ci proietta in un altro paesaggio sonoro: la costruzione mentale del regista. Le sue parole sono i commenti di quanto accade. Parole di un regista (che appunto come in Sei personaggi in cerca d’autore) irrompe in scena e svuota la messa in scena stessa. Poco importa che sul palco accadano cose da circo: una palla infuocata che abbatte una parte, uno splatter di sangue sbavato sulla camicia, una colatura verde su tavolo operatorio da Raffaello Sanzio “de noaltri”.

Dead Centre, Chekhov’s First Play. Credits foto: Jose Miguel Jimenez
Dead Centre, Chekhov’s First Play. Credits foto: Jose Miguel Jimenez

L’obbiettivo via via si fa strada dentro l’esasperazione della macchina teatrale e asciuga la rappresentazione da se stessa. Il regista sparisce, ci abbandona, e senza deus la machina crolla. Un Platanov che non parla è eterodiretto dalla stessa voce che sentiamo in cuffia. Non c’è Brecht che tenga. Non basta dire la finzione perché anch’essa è finta. Non ho assolutamente niente a che fare con il teatro o la razza umana. Possono entrambi andare all’inferno – aveva scritto Cechov, quindi alla malora l’attore, la rappresentazione.

A tratti abbiamo pensato che fosse l’ennesima velleità giovanilistica. Quel puntarci addosso la pistola per 90 minuti ci è sembrata una riproposizione di certe serate futuriste al Teatro dei Piccoli. Ma qui i Dead Centre, i creatori del pluripremiato LIPPY (Premio OBIE 2014, Premio per il Miglior Spettacolo agli Irish Theatre Awards, vincitore al Fringe First, Herald Angel Award, Total Theatre Award), picchiano duro.

Dead Centre, Chekhov’s First Play. Lehniner Platz. F.I.N.D. 2016 Festival Internationale Neue Dramatik, Credits foto: Jose Miguel Jimenez
Dead Centre, Chekhov’s First Play.
Lehniner Platz. F.I.N.D. 2016 Festival Internationale Neue Dramatik, Credits foto: Jose Miguel Jimenez

Cechov è diventato un caos, è franato su se stesso. Persino le citazioni tarantiniane alla sua stessa opera (un gabbiano di peluche che cade ucciso da una fucilata) non fanno più sorridere la platea eccessivamente sguaiata dei primi minuti. I personaggi e gli esseri umani si attaccano ai loro oggetti come a scogli esistenziali, grumi di vita che, come direbbe il filosofo Mario Perniola, sono un nulla investito di umanità. Oggetti di scena, protesi, panciere, costumi son lì come feticci, scorie di una razza in estinzione. Quella degli attori, quella degli umani.

Il bozzolo di parole costruite attorno ai personaggi si è rivelato una prigione dalla quale si affaccia un pensiero alla David Foster Wallace (crediamo che la testa fasciata del regista sia una citazione diretta): come uscire dalla mia testa? Con un colpo di pistola, probabilmente.

Simone Azzoni

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