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Too Early, Too Late. Middle East and Modernity

Too Early, Too Late. Middle East and Modernity, a cura di Marco Scotini si è aperta il 22 gennaio alla Pinacoteca Nazionale di Bologna. Secondo capitolo di una ricognizione sull’arte “ad est”, dopo Il Piedistallo Vuoto dello scorso anno dedicata al blocco ex-sovietico, Too Early, Too Late si apre all’area definita genericamente “Medio Oriente”, di nuovo attingendo da alcune delle maggiori collezioni italiane. La mostra indaga i regimi di temporalità nell’ordine del troppo presto e troppo tardi (dopo il prima e dopo de Il Piedistallo): il Medio Oriente è già o non ancora “moderno”? Centrale è proprio la problematica idea di modernità, un’idea che l’Occidente ha fabbricato prima per sé stesso, ed ha poi imposto globalmente come discrimine totalitario per distinguere fra paesi avanzati e arcaici, da “modernizzare”. Il film da cui è tratto il titolo della mostra, Too Early, Too Late (1981) di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet, si muove fra i paesaggi della Rivoluzione francese e quelli della lotta di classe in Egitto dal 1945 al 1968. Come scrive Serge Daney questo paesaggio-attore ha un testo da recitare: la Storia. Nell’intervista di Céline Condorelli a Jean-Marie Straub, pubblicata nel catalogo della mostra, il regista spiega “Il minimo che si possa fare quando si filma è recarsi sul posto e guardarsi intorno. Attraversare un dato luogo o un villaggio a piedi per tre volte, e trovare il giusto punto topografico-strategico.”

Amir Yatziv, This is Jerusalem Mr. Pasolini, AGI Verona Collection. Photo courtesy by Amir Yatziv
Amir Yatziv, This is Jerusalem Mr. Pasolini, AGI Verona Collection. Photo courtesy by Amir Yatziv

E questo punto topografico in cui porsi per guardare un mondo che non si conosce è la base dell’indagine di Marco Scotini: capire in che modo agiscono le diverse temporalità sullo scacchiere geopolitico di un mondo globalizzato che ormai è spazialmente uno. Un approccio ben diverso da quello di una mostra come Here and Elsewhere di Massimiliano Gioni, la quale si guardava dal definire questo punto a New York e ragionava in termini di “altrove” e non di temporalità. Nel nostro caso l’osservatorio è Bologna: una delle città dove nel 1312 vengono istituite le cattedre di arabo, ebraico e siriaco, basi dell’Orientalismo nel mondo cristiano. Contestualmente la mostra si sviluppa anche nelle sale della Pinacoteca dedicate alla pittura del Trecento: qui troviamo il video di Amir Yatziv che incorpora la voce di Pier Paolo Pasolini registrata durante i Sopralluoghi in Palestina.

Too Early, Too Late, particolare dell’allestimento della mostra. Photo courtesy by Paolo Emilio Sfriso
Too Early, Too Late, particolare dell’allestimento della mostra. Photo courtesy by Paolo Emilio Sfriso

Le immagini pasoliniane del Vangelo Secondo Matteo e le storie di Cristo di Vitale da Bologna dalla chiesa di Santa Maria di Mezzaratta fruiscono di un inedito rafforzamento reciproco, un cortocircuito temporale su cui la mostra innesta la sua riflessione. Pasolini si reca in Palestina ma vi trova un paesaggio già ibridato dalla modernità imposta da Israele, e riscopre invece a Matera una realtà arcaica dove girare il film. Pasolini, come Gabriele Basilico con le fotografie di Beirut bombardata del ’91, è uno degli “osservatori occidentali” che la mostra pone come punti di riferimento.

Porta di Karnak, da Description de l’Égypte, 1809-1829, collezione privata. Nelle nicchie: Mona Hatoum, Hair necklace (alabaster), 2013, collezione privata; Bisan Abu Eisheh, Untitled (work in progress), 2015; Mustafa Abu Ali, Tall El Zaatar, 1977, courtesy Fondazione AAMOD, Roma. Photo courtesy by Paolo Emilio Sfriso.
Porta di Karnak, da Description de l’Égypte, 1809-1829, collezione privata. Nelle nicchie: Mona Hatoum, Hair necklace (alabaster), 2013, collezione privata; Bisan Abu Eisheh, Untitled (work in progress), 2015; Mustafa Abu Ali, Tall El Zaatar, 1977, courtesy Fondazione AAMOD, Roma. Photo courtesy by Paolo Emilio Sfriso.

Primo riferimento è Napoleone, in apertura della mostra: al posto del solito pannello col titolo dell’esposizione appare una gigantografia della Porta del Tempio di Karnak, tratta da una pagina della Description de l’Égypte, opera monumentale che documentava l’indagine del Bonaparte in Egitto a partire dalla conquista del 1789, il primo impatto traumatico del mondo arabo con l’Occidente. Sulla Porta si aprono tre nicchie che ospitano moderni “tesori”: due opere di Mona Hatoum e Bisan Abu Eisheh e l’unica copia esistente del film Tall El Zaatar (1977) conservata all’AAMOD di Roma.

Emily Jacir, Untitled (fragment from ex  libris), 2010-2012, collezione privata; Mustafa Abu Ali, Tall El Zaatar, 1977, courtesy Fondazione AAMOD, Roma. Photo courtesy by Paolo Emilio Sfriso.
Emily Jacir, Untitled (fragment from ex libris), 2010-2012, collezione privata; Mustafa Abu Ali, Tall El Zaatar, 1977, courtesy Fondazione AAMOD, Roma. Photo courtesy by Paolo Emilio Sfriso.

Il film di Mustafa Abu Ali documenta il massacro del campo profughi palestinese omonimo da parte del fronte libanese durante la guerra civile del 1976, ed è stato recentemente restaurato da Emily Jacir, che invece nell’opera Ex libris si occupa dei testi sequestrati dalle case palestinesi da Israele; mentre le immagini di Tall El Zaatar tornano in Off Frame, documentario di Mohanad Yaqubi sul cinema militante palestinese. Ed è proprio una lettera di Mohanad Yaqubi a Marco Scotini a ribadire la temporalità variabile della storia fin qui teorizzata: era troppo presto per la rivoluzione palestinese, che proponeva un modello libertario, transnazionale, anti-coloniale, anti-sessista e che fra gli anni ’60 e ’70 è stata presa a modello anche da movimenti d’opposizione occidentali. Ed ora forse è stato troppo tardi per la primavera araba, indagata da numerose opere in mostra, come quelle sulla gente di Piazza Tahrir degli egiziani Hany Rashed e Moataz Nasr.

Hany Rashed, Tahrir Square, 2014, collezione privata, Il Cairo. Photo courtesy by Paolo Emilio Sfriso
Hany Rashed, Tahrir Square, 2014, collezione privata, Il Cairo. Photo courtesy by Paolo Emilio Sfriso

Questa riflessione è una delle tante raccolte nel catalogo della mostra: coerentemente Scotini fa di nuovo un passo indietro e chiede agli artisti stessi – arabi, egiziani, turchi, iraniani, palestinesi, israeliani, ex-sovietici – di contribuire dal loro punto di vista al dibattito su modernità e Medio Oriente. Il paradigma mediatico prevede che “diventare moderni significa diventare occidentali”, ma quando questo non funziona la reazione può essere l’insorgere dell’estremismo. Siamo alla cesura della rivoluzione Iraniana khomeinista del 1979, che, sebbene fondamentalista, è anche un rifiuto della modernità imposta dal governo dello Scià, nella sua corruzione percepito come arcaico e oppressore; come rivela Michel Foucault nel suo “Taccuino Persiano”: reportage per il Corriere della Sera riprodotto in mostra accanto a un film coevo dell’iraniano Abbas Kiarostami, censurato per decenni.

Lida Abdul, White House, 2005, Collezione La Gaia, Busca
Lida Abdul, White House, 2005, Collezione La Gaia, Busca

Se quindi guardiamo all’Oriente per guardare a noi stessi, come la mostra propone di fare, ci rendiamo conto che l’idea discussa di modernità ha origine in un preciso modello politico-finanziario occidentale, ed è questo stesso modello in crisi a rivelarsi neo-arcaico, autoritario. Contro di esso tentano di riaffermarsi e liberarsi le soggettività, le diversità creative a cui la mostra cerca di dar voce. Too Early, Too Late prosegue fino al 12 aprile e sono in programma alcuni screening dove verranno presentati i film degli artisti Eyal Sivan, Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, e l’inedito Off Frame di Mohanad Yaqubi.

Alessandro Azzoni

Too Early, Too Late.
Pinacoteca Nazionale di Bologna
Via delle Belle Arti 56
Fino al 12 aprile – Ingresso intero € 4.00; prevste riduzioni
Orari di apertura: martedì e mercoledì: 9.00-13.30, da giovedì a domenica e festivi: 14.00-19.00. Lunedì chiuso

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