Fotografia

Hiroshi Sugimoto. Stop time

Il giorno in cui l’uomo realizzerà il desiderio profondo di fermare il tempo si sta avvicinando inesorabilmente. Il tempo esiste unicamente grazie alla percezione umana; e dunque solo quando l’umanità sarà scomparsa dalla faccia della terra potremo dire davvero di aver fermato lo scorrere del tempo. Non ci vorrà molto.

Hiroshi Sugimoto

Hiroshi Sugimoto MoMA, Taniguchi Staircase, 2013 stampa ai sali d’argento, 149x119,5 cm courtesy l’artista
Hiroshi Sugimoto – MoMA, Taniguchi Staircase, 2013 stampa ai sali d’argento, 149×119,5 cm
courtesy l’artista

Dall’8 marzo al 7 giugno 2015 presso il Foro Boario di Modena è possibile visitare Stop Time, la mostra antologica dedicata a Hiroshi Sugimoto (Tokyo, 1948), tra i più importanti esponenti della fotografia contemporanea. Attraverso un percorso espositivo che ripercorre l’intera carriera dell’artista emergono i nuclei tematici della sua ricerca: ovvero l’indagine del passato e la necessità di raffigurare il tempo, che hanno come minimo comun denominatore l’uomo, la sua storia e il suo modo di percepire il mondo. Ogni  progetto artistico è accomunato da un rigore metodologico, che va dalla ricerca dei soggetti al momento dello scatto, dalla stampa all’allestimento della mostra, attraverso il quale è possibile raggiungere la perfezione – perfezione che è parte di un’operazione di sintesi e di sottrazione –, affinché le opere possano essere viste così come l’artista le ha immaginate. Il percorso espositivo, oltre alle sequenze fotografiche Architecture, Dioramas, Lightning Fields, Photogenic Drawings, Portraits, Seascapes e Theatres, mostra la notevole produzione editoriale di Sugimoto, con 51 monografie realizzate in tutto il mondo.

Hiroshi Sugimoto Birds of the South Georgia, 2012 stampa ai sali d’argento, 119,5x184,5 cm courtesy l’artista
Hiroshi Sugimoto – Birds of the South Georgia, 2012 stampa ai sali d’argento, 119,5×184,5 cm
courtesy l’artista

Sugimoto lascia il Giappone nel 1970 per studiare arte a Los Angeles. Sono gli anni del Minimalismo e dell’Arte Concettuale, correnti che influenzeranno notevolmente tutta la sua produzione. All’inizio lavora come antiquario, mestiere di cui conserva la passione per la storia e un approccio metodologico che non perde mai di vista la posizione dell’uomo nel mondo. Appena giunto a New York nel 1974 visita, tra le varie attrazioni turistiche della città, anche il Museo Americano di Storia Naturale che vanta un’esposizione di diorama, ovvero di riproduzioni in scala ridotta di ambienti naturali che mirano ad essere simili al vero. Attraverso la serie Dioramas (1976-2012) le rappresentazioni fittizie della natura assumono un carattere di realtà e verosimiglianza (dice l’autore: Per quanto finto sia il soggetto, una volta fotografato è come se fosse vero), così da rendere possibile una storia fotografica dell’evoluzione del pianeta immortalando realtà lontanissime nel tempo.

Hiroshi Sugimoto - Napoleone Bonaparte, 1999 stampa ai sali d’argento, 93,7x74,9 cm courtesy l’artista
Hiroshi Sugimoto – Napoleone Bonaparte, 1999, stampa ai sali d’argento, 93,7×74,9 cm
courtesy l’artista

Anche i musei delle cere appartengono a un mondo pre-fotografico in cui si cerca una mimesis perfetta del reale, come dimostra l’appassionante storia di Anne Marie Grosholt, nota sicuramente per il suo nome da sposata, ovvero Madame Tussaud, che realizza statue in cera di Napoleone e dei protagonisti della Rivoluzione Francese. Queste statue si potrebbero definire “fotografie tridimensionali”, poiché per la loro realizzazione vengono usati calchi di volti veri. Queste “fotografie tridimensionali”, dopo due secoli, diventano bidimensionali nella serie Portraits (1994-1999), generando una riflessione non solo sul realismo ma anche sul concetto di originale e copia.

Hiroshi Sugimoto -Photogenic Drawing 017, 2008 stampa virata ai sali d’argento, 93,7x74,9 cm courtesy l’artista
Hiroshi Sugimoto – Photogenic Drawing 017, 2008 stampa virata ai sali d’argento, 93,7×74,9 cm courtesy l’artista

In Photogenic Drawings (2008-2010) si torna invece al punto zero della storia della fotografia: Sugimoto stampa i negativi originali dei primi esperimenti fotografici di W. H. Fox Talbot realizzati dal 1834 (prima che mettesse a punto la calotipia nel 1841) e mai stampati prima. Le immagini così ottenute sono una riflessione sulle origini della fotografia oltre a un tentativo di annullare le inevitabili distanze temporali.

Hiroshi Sugimoto Bay of Sagami, Atami, 1997 stampa ai sali d’argento, 119,5x149 cm courtesy l’artista
Hiroshi Sugimoto – Bay of Sagami, Atami, 1997 stampa ai sali d’argento, 119,5×149 cm
courtesy l’artista

Guardando Seascapes (1980, in progress), invece, si è davanti allo stesso paesaggio che ha visto il primo uomo sulla terra e che ci sarà anche dopo l’estinzione della razza umana: sono mari e oceani che vengono ripresi con la volontà di alludere al senso di eternità che è connaturato al mare stesso. Sono fotografie che potrebbero essere scattate in ogni luogo e in ogni tempo. È un tentativo di tornare all’origine del mondo. “Nel mare posso trovare la memoria dell’umanità – o meglio, la memoria della vita stessa – che persiste ancora debolmente nel fluire del sangue. Per me il mare è il liquido amniotico. Fu nel mare che la vita nacque per la prima volta tre miliardi di anni fa”.

Hiroshi Sugimoto El Capitan, Hollywood, 1993 stampa ai sali d’argento, 119,5x149 cm courtesy l’artista
Hiroshi Sugimoto – El Capitan, Hollywood, 1993 stampa ai sali d’argento, 119,5×149 cm courtesy l’artista

A partire dal 1976 fotografa i teatri americani degli anni ’20 e ’30 e i Drive-In degli anni ’50, spostando poi il suo interesse, negli ultimi anni, ai teatri italiani. Theatres, con i suoi schermi luminosi e vuoti, è forse la serie per cui Sugimoto è più noto ed è una profonda riflessione sullo scorrere del tempo. Le fotografie sono realizzate con una lunga esposizione che ha la stessa durata della proiezione di una pellicola cinematografica su uno schermo posto sulla scena. La somma di queste immagini porta al loro annullamento: il risultato finale è un rettangolo bianco, che contiene tutte le immagini e nessuna. Dimostra il lato puramente fittizio della fotografia, che è registrazione di luce. “Negli schermi cinematografici luminosi tutto sembra azzerato, ma in realtà c’è una relazione con milioni di immagini. Qualche volta i troppi significati o l’assenza di segni riconducono ugualmente al grado zero. Il punto zero è l’inizio. Forse è da lì che veniamo ed è il punto dove torneremo. Non è che la vita.”

 Eleonora Roaro

 

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