Mostre

Inside. Odissea collettiva al Palais de Tokyo

Fino all’11 gennaio il Palais de Tokyo ospita Inside, mostra molto interessante a cura di Jean de Loisy, Daria de Beauvais e Katell Jaffrès. Un percorso che, come si evince dal titolo, vuole raccontarci – attraverso installazioni prevalentemente site-specific e peculiari visioni – una dimensione complessa e stratificata; volerla rappresentare implica un atto di sincerità nei confronti dell’essere, ricognizione forte e senza troppe edulcorazioni dentro una molteplicità di esperienze esistenziali e psicologiche mai scevre da quelle artistiche. Si può parlare di odissea, tanto fisica quanto mentale, in un Palais de Tokyo trasformato in modo tale che da un’installazione all’altra, da un piano all’altro, ci troviamo all’interno delle opere e le percorriamo in un ideale viaggio iniziatico, continuo confronto tra timori, paure, visioni, riflessioni; qualcosa di buio e intimo dove non è il voyeurismo a condurre il gioco ma una incessante e convincente ricerca di condivisione e di contatto diretto tra artista e pubblico. Fare un elenco di tutti i protagonisti di questa collettiva sarebbe prolisso; da qui la scelta di evidenziare i lavori di maggiore impatto.
Prima ancora di avventurarsi lungo il percorso, eccoci di fronte all’installazione del trio Numen/For Use: una serie di cunicoli sospesi – realizzati esclusivamente con lo scotch – diviene metafora della fragile impalpabilità del processo di creazione artistica. Confrontato a una sorta di prima ordalia, il visitatore può scegliere di addentrarsi nei meandri sinaptici dei tanti artisti chiamati a rappresentare le loro visioni, i loro insight.

Mikhail Karikis & Uriel Orlow, Sounds from Beneath (2010-2011) Courtesy des artistes.
Mikhail Karikis & Uriel Orlow, Sounds from Beneath (2010-2011) Courtesy des artistes.

Valicata la frontiera ecco dipanarsi una sorta di mappatura mentale in cui emerge il video di Mikhail Karikis & Uriel Orlow, Sounds from Beneath che presenta una suggestiva corale di anziani minatori. Questi ultimi riproducono attraverso il canto i suoni della miniera. Immobili in una landa desolata mossa appena dal vento, questi uomini col viso segnato dal lavoro e dal tempo, ci conducono attraverso la loro memoria legata alla voce, nella pancia della terra, in un’ideale discesa verso i sotterranei, tra rumori di macchine e echi di gallerie. Video poetico e straniante, nessun’altra opera sarebbe stata più adatta ad aprire la mostra.
Diagonal Section, di Marcius Galan, è un’illusione ottica che permette al visitatore di “oltrepassare lo specchio”. Di fronte a questa linea di demarcazione si è incerti sul da farsi, perché il dubbio sta sull’esistenza o meno di un ostacolo, di un vetro che taglia in due lo spazio. In realtà non c’è nulla, basta osare e il piede è già nell’altra metà, il nostro incedere ha già superato la prova. L’opera si smaterializza ai nostri occhi, restando quella che era.

 Mark Manders, Argile Silencieuse (dettaglio), 2014 Photo : André Morin.
Mark Manders, Argile Silencieuse (dettaglio), 2014. Photo : André Morin.

 

Il video di Yuri Ancarani, Da Vinci, presente alla scorsa edizione della Biennale di Venezia, riprende ciò che accade nei meandri più segreti del corpo umano durante un’operazione con un robot; così reale da sembrare irreale, il video seduce e impressiona mettendoci a stretto contatto con immagini che non siamo abituati a vedere eppure parlano di noi, dei nostri inside.
E se l’opera e l’artista si fondessero a costituire un corpus unico? Attraverso il suo “autoritratto come edificio” (sic) Mark Manders ci apre le porte del proprio atelier così come della propria ricerca interiore. In un gioco di sculture frammiste a strumenti di lavoro, il continuo rimando a elementi del passato e del presente trascina alla scoperta del percorso mentale ed esperienziale dell’artista.
Lungo la scala che scende al piano interrato troviamo una maestosa opera muraria di Dran. Questa volta l’artista francese abbandona i colori e usa solo il nero per la sua “discesa agli inferi”. Con l’inconfondibile stile collocato tra graffiti, illustrazione, fumetto e caricatura dove coesistono linguaggi, suggestioni, visioni. Un universo onirico ma non troppo, dal quale forse non è possibile risvegliarsi perché probabilmente già appartiene al vissuto quotidiano.

Dran, Attention de ne pas tomber, 2014. Photo : André Morin.
Dran, Attention de ne pas tomber, 2014. Photo : André Morin.

Una grande sala illuminata da luce accecante e avvolgente ospita l’installazione di Christophe Berdaguer e Marie Péjus, dal titolo E.17 Y.40 A.18 C.28 X.40 0.13,5. Si tratta di una serie di alberi raffigurati da pazienti durante test psicologici. Dietro all’aspetto stilizzato e al bianco puro del materiale plastico in cui sono realizzati, emerge la simbologia, il modo di autoritrarsi dei pazienti che sono ognuno di noi. Si cerca, nella stanza, istintivamente, l’albero che avremmo disegnato, magari con i rami mozzati, le foglie piccole, le radici corte o lunghe. Inevitabile sentirsi spaesati nel confrontarsi con la neutralità di soggetti familiari e nel contempo privi di una connotazione precisa.

Stéphane Thidet, Le Refuge, 2007. Photo : André Morin

Un invito a modificare il proprio punto di vista diventa perentorio nell’affascinante e inquietante Refuge di Stéphane Thidet, una graziosa capanna in legno dove piove a dirotto. In quel caso il rifugio è fuori, le percezioni sono rovesciate, si guarda dentro e non si ha il desiderio di entrare. Non c’è riparo ma esposizione proprio dove per antonomasia c’è un fuoco caldo e un ambiente accogliente.
Persi gli abituali punti di riferimento, ci si immerge nel sancta sanctorum della mostra: la psiche.
I film di animazione di Nathalie Djurberg e Hans Berg sono una bella immersione dentro allucinazioni legate a paure, ossessioni, incubi. Anche qui si conferma la sensazione di dialogo tra i nostri personali fantasmi e quelli degli artisti.

Christophe Berdaguer et Marie Péjus, E.17 Y.40 A.18 C.28 X.40 0.13,5 (dettaglio), 2014. © ADAGP, Photo : André Morin.
Christophe Berdaguer et Marie Péjus, E.17 Y.40 A.18 C.28 X.40 0.13,5 (dettaglio), 2014. © ADAGP, Photo : André Morin.

Molto forte la presenza di un film di Artur Zmijewski, artista forse tra i più blasonati tra i presenti, (insieme a Boltanski e Nauman): girato nella camera a gas di un vecchio campo di concentramento e nella cantina di un’abitazione privata, Berek (1999) ci mostra un gruppo di adulti nudi mentre giocano cercando di dissimulare l’inevitabile imbarazzo. Non c’è trama prestabilita, l’artista polacco osserva le dinamiche sociali che si creano all’interno di un gruppo e in questo caso ci presenta un’opera dove il gioco e il riso incosciente possano esorcizzare un luogo intriso di traumi e dolori. La memoria.
Chiude la mostra un’ installazione sonora di Bruce Nauman, Get Out of my Mind, Get Out of This Room (1968), stanza vuota in cui l’ossessiva ripetizione della frase/titolo fa da chiosa liberatoria a tutte le immagini in cui si è immerso lo spettatore durante la visita, che richiede tempo e ascolto.
Profonda, sottile, complessa, Inside è il risultato di un circolo virtuoso tra spazio pubblico, curatori, artisti, visitatori. Noi “cugini di buon umore” potremmo avere qualcosa da imparare…

Cristina Trivellin & Danilo JON SCOTTA

Inside
a cura di Jean de Loisy, Daria de Beauvais e Katell Jaffrès
Palais de Tokyo, Parigi
20/10/2014 – 11/01/2015

Artisti: Jean-Michel Alberola, Dove Allouche, Yuri Ancarani, Sookoon Ang, Christophe Berdaguer & Marie Pejus, Christian Boltanski, Peter Buggenhout, Marc Couturier, Nathalie Djurberg & Hans Berg, dran, Valia Festisov, Marcius Galan, Ryan Gander, Ion Grigorescu, HU Xiaoyuan, Eva Jospin, Jesper Just, Mikhail Karikis & Uriel Orlow, Mark Manders, Bruce Nauman, Mike Nelson, Numen/For Use, Abraham Poincheval Araya Radsjarmrearnsook, Reynold Reynolds & Patrick Jolley, Ataru Sato, Stéphane Thidet, Tunga, Andra Ursuta, Andro Wekua, Artur Zmijewski.

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