Dall'archivio D'ARS

Neon. La materia luminosa dell’arte

Ideata da David Rosenberg con la partecipazione della Maison Rouge di Parigi, la mostra si presenta come un percorso nell’uso del neon nell’arte dagli anni ‘60 a oggi, raggruppando artisti.

Stefan Bruggemann, No in 12 different colours, 2009
Stefan Bruggemann, No in 12 different colours, 2009

appartenenti a diverse linee espressive, dall’arte programmata all’arte concettuale, fino alle ultime tendenze. E’ interessante questo riepilogo sull’uso del neon nell’arte contemporanea, (David Rosenberg parla di un’arte “Neonizzata”), uso che ha coinciso dagli anni sessanta con l’operare radicale di molti artisti, diventando un materiale esclusivo per artisti come Dan Flavin negli Usa e Maurizio Nannucci in Italia. Dan Flavin utilizza il neon come i costruttivisti i materiali moderni (l’acciaio o la plastica di Moholy-Nagy), come nell’esplicito omaggio Monument for V.Tatlin del ‘68. E in tutta la sua produzione rimane rigorosamente fedele agli assunti minimalisti di partenza fino a diventare una delle icone più riconoscibili dell’arte contemporanea.

Maurizio Nannucci con uguale continuità e rigore in The missing poem is the poem, del 1969, lavora (come sempre) sulla dislocazione di tematiche linguistiche e formali ripensate come slogan

pubblicitari, progetti per ipotetiche immagini gigantesche che parlano di poesia, filosofia e arte e collocabili nelle grandi piazze, monumento al pensare che muove la cultura ma anche incitazione

ideologica diretta all’utente urbano.

Bruce Nauman è quello che da subito ha realizzato lavori modellandoli sull’uso del neon nella pubblicità clamorosa ed erotica delle insegne degli strip-tease club, ma sviluppando anche con ironia l’ambiguità linguistica che il movimento e i colori creano nei testi e nelle immagini.

L’uso del neon contiene molti elementi diversi: l’attenzione Pop per la cultura urbana e popolare, la fascinazione della luce e del movimento come nell’arte programmata. Come nel bel lavoro di

Grazia Varisco Schema luminoso variabile del ‘62/‘63 (lavoro più articolato cineticamente degli altri lavori in mostra che presentano una meccanica semplice, basata su due varianti) e nei

Ludoscopi di Paolo Scirpa, che negli anni ‘80 riprendono tematiche percettive programmate. Usato negli anni sessanta come elemento Pop/Urbano (soprattutto dagli artisti americani e dal

Nouveau Realisme francese) riappare oggi in modo inaspettato nel lavoro di un videomaker/cinefilo come Douglas Gordon, dedito all’analisi della struttura del cinema con i suoi “ralenti” che portano il tempo della narrazione al tempo della visione reale.

Ma perché il Neon? Forse la luce incerta del neon richiama l’intermittenza della proiezione cinematografica, oggi gradualmente rimpiazzata dalla proiezione digitale? E perché Kosuth usa il neon, quando questo sposta il suo rapporto con la letteratura, il testo, il linguaggio verso una comunicazione fluida, mentre i suoi lavori più interessanti presuppongono lo scontro fra quotidiano e codice letterario, fra realtà “in atto” e in “codice”? Il suo lavoro resta legato alle forme letterarie, alla comunicazione senza tempo del testo, a una letteratura che trova la sua ragione mentale nella pagina bianca o sui muri e spazi architettonici.

Maurizio Cattelan ha la consueta soavità dello spettatore casuale (ma non innocente) e con il suo Stella di Natale del 1995 trova la sua gag nel disegnare il simbolo del lieto avvento in neon rosso

con le iniziali “B.R” delle Brigate Rosse. Il lavoro di Cattelan, assai simile a volte alla strategia pubblicitaria Benetton/Toscano porta a riflettere ancora una volta sul dialogo fra strategie pubblicitarie e arti visive, dialogo antico, da Depere e Magritte.

La strategia del paradosso visivo, diretta e scioccante, chiede visibilità e la ottiene. Eppure, al di là del complice divertimento con cui si risponde al suo lavoro, resta spesso un indefinibile senso di

Sigalit Landau Go... Home, 2009
Sigalit Landau Go… Home, 2009

insoddisfazione. Un classico lavoro di Merz, ascetico nella sua semplicità di proposta, maturato nel tempo svelando la ricchezza di una forma che sembrava chiusa e autoreferenziale e si mostra oggi

come aperta e diretta. Lavoro famoso, con pile di giornali che indicano il presente, mentre i numeri al neon segnano la scala di Fibonacci: l’opera porta alla riflessione sul tempo e sull’evoluzione. C’è da chiedersi perché artisti così diversi, in un arco di tempo così lungo continuino a utilizzare nel loro lavoro un “segno di luce” così caratterizzato dal suo uso urbano e, oggi, superato dalle nuove tipologie della luce come i Led e altre tecnologie. Forse è il materiale stesso, il neon, che fornisce un alone di “luminescenza” alle parole e alle idee. Una luminescenza che condivide le dimensioni del buio in cui il neon diventa visibile e della luce proiettata dal neon stesso. La qualità d’attrazione della mostra consiste nella costante presenza di un elemento (il Neon) nella grande varietà di soluzioni tematiche in cui è stato usato, nella sorpresa di vedere un materiale cambiare funzioni nel corso del tempo pur restando così caratterizzato.

L’egiziano Moataz Nasr in Ibn Arabi trascrive in neon una poesia del poeta classico Ibn Arabi, Anne e Patrick Poirier in Oculus Memoriae lo mettono a contrasto con la loro iconografia classica,

Pascal Martine Tayou in Crazy wall-The red Line lo usa per attualizzare e urbanizzare dei segni/graffiti, Massimo Uberti in Abitare per indicare il sogno/bisogno della casa, Sigalit Landau in Go Home per alludere ai problemi di Israele, Pier Paolo Calzolari per rendere più incisivo il contrasto naturale/industriale, ecc…ecc… per cinquanta opere. “Il Medium è il messaggio” diceva McLuhan,ma quale messaggio trasmette una tecnologia di luce che è insieme datata eppure rappresenta valori contemporanei, che è colore e luce, segno e disegno? Ma in un momento di ormai invadenteeclettismo linguistico, la presenza unificante di un solo medium, il Neon, diventa un fattore di “formattazione”, un’utile impaginazione delle idee che attraversano il contemporaneo.

 

Macro – Museo d’arte contemporanea Roma
Sala Enel – Via Nizza, 138
a cura di David Rosenberg e Bartolomeo Pietromarchi
21 giugno – 4 novembre

 

Lorenzo Taiuti

D’ARS year 52/nr 211/autumn 2012

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