La rivista nel 2022 è stata trasformata in archivio di contenuti.

Petrit Halilaj: “Space Shuttle in the Garden”

Il 2 dicembre 2015 si è inaugurata presso gli spazi di Hangar Bicocca la prima mostra personale dedicata a Petrit Halilaj (Kostër, Kosovo, 1986), Space Shuttle in the Garden. L’esposizione, curata da Roberta Tenconi, raccoglie dieci progetti realizzati tra il 2008 e il 2015, alcuni pensati appositamente per quest’occasione, altri riadattati per il nuovo allestimento. Il titolo  fa riferimento a They are Lucky to be Bourgeois Hens II (2009), un’opera emblematica in quanto sintetizza il pensiero dell’artista e le sue modalità operative. Egli vive in prima persona il conflitto tra Kosovo e Serbia (1998-99) e la condizione di rifugiato in un primo momento, per poi assistere alla rinascita di un paese indipendente in lotta con l’integrazione e in costante confronto col sogno europeo. Da ciò derivano costanti riferimenti alla propria storia personale, che sono un punto di partenza per la creazione di paesaggi immaginari e utopici, in una fusione e scambio costante tra realtà e finzione. La struttura del razzo spaziale in legno esposto all’esterno di Hangar Bicocca, alla quale il pubblico non può accedere fisicamente ma solo con lo sguardo, è realizzata con gli stessi materiali utilizzati per edificare la casa di famiglia.

Petrit Halilaj, They are Lucky to be Bourgeois Hens II, 2009 Courtesy of the artist and Chert, Berlin
Petrit Halilaj, They are Lucky to be Bourgeois Hens II, 2009. Courtesy of the artist and Chert, Berlin

Anche l’installazione The places I’m looking for, my dear, are utopian places, they are boring and I don’t know how to make them real (2010-2015) è composta dal calco originale per la costruzione della nuova abitazione a Pristina, la capitale in cui si è trasferita la famiglia di Petrit Halilaj. La casa non è semplicemente un luogo fisico ma è uno spazio d’appartenenza e di condivisione. È una dimensione utopica e ideale, in costante trasformazione – così come accade all’artista nei suoi frequenti spostamenti tra un luogo e l’altro e tentativi di adattarsi ad una nuova realtà (prima in Kosovo, poi in Italia e infine in Germania).

Petrit Halilaj, The places I’m looking for, my dear, are utopian places, they are boring and I don’t know how to make them real, 2010 Courtesy the artist and Chert, Berlin Photo: Uwe Walter
Petrit Halilaj, The places I’m looking for, my dear, are utopian places, they are boring and I don’t know how to make them real, 2010. Courtesy the artist and Chert, Berlin – Photo: Uwe Walter

Altri lavori riportano in luce oggetti appartenenti all’eredità familiare, come i gioielli della madre ingranditi cento volte, sopravvissuti alla memoria perché nascosti nel terreno di casa durante la guerra. Non solo le installazioni – realizzate con materiali povere quali terra, legno, acqua e argilla – indagano temi come l’esodo e la ricerca d’identità, ma anche le opere realizzate con altri media, come video, disegni e sculture. L’artista riesce a evocare il senso di fragilità e precarietà dell’esistenza legando sempre la propria storia personale a un immaginario universale e portando elementi irreali e magici nel reale.

Eleonora Roaro
Petrit Halilaj
Space Shuttle in the Garden
A cura di Roberta Tenconi
dal 03.12.2015 al 13.03.2016
Spazio: SHED, Hangar Bicocca, Milano

share

Related posts