Dall'archivio D'ARS

Tutti Pazzi per l’oriente: © Murakami Vs Cai Guo-Qiang

New York, Maggio 2008: due tra più prestigiosi musei dell’area metropolitana della Grande Mela dedicano importanti retrospettive a due protagonisti dello scenario contemporaneo, mettendo in mostra declinazioni, a tratti antitetiche, dell’attuale arte orientale.  In inglese gli orientali sono detti asian.  Se consultiamo un atlante, il Giappone si trova in effetti ad ovest del continente americano, pensando alla traiettoria più breve per arrivarvi. L’oriente diventa l’occidente, il nuovo far west per questa America assetata di nuove frontiere.

In un Guggenheim impacchettato per i lavori di restauro si articola, assecondando ed enfatizzando la dinamica a spirale dello spazio che la ospita, l’opera del cinese Cai Guo-Qiang, mentre ci vogliono ben 1700 metri quadrati di sale, corridoi e saloni del Brooklyn Museum per esporre dipinti, sculture polimorfe e gadget dai colori ultrapop di Takashi Murakami, da molti definito il Warhol giapponese e senza dubbio uno degli artisti divenuti multinazionali di se stessi grazie alla commercializzazione su grande scala della propria opera. A conferma di questo, causando scalpore ed incredulità nella comunità artistica ed intellettuale di New York, nel bel mezzo degli spazi espositivi, i curatori della mostra sono riusciti a ritagliare spazio per un negozio, pienamente operativo, di borse di Louis Vuitton (non “parte” della mostra, ma “il cuore stesso della mostra”, secondo le parole dell’artista), con loghi multicolore e pupazzetti ammiccanti creati appositamente da Murakami per decorare borse tra le più care al mondo.

Takashi Murakami, Flowerball, (3D), 2002
Takashi Murakami, Flowerball, (3D), 2002

Bizzarro come da una parte, in una Brooklyn che con il passare degli anni ricorda la frizzante atmosfera della Manhattan degli anni Ottanta, con centinaia di hipsters ed artisti emergenti che, andando controcorrente, propongono idee ed opere inusitate, si celebrino i “tossici frutti della cultura consumista, rivestiti di un giocoso figurativismo” (Blake Gopnik, Washington Post 5 Maggio 2008) e persino il titolo della mostra sia accompagnato dal simbolo di copyright, mentre dall’altra sia proprio la patinata Upper West Side, notoriamente una delle aree più “glitterate” ed esclusive della città, ad ospitare un corpo di opere insolito, alcune delle quali tendono a scuotere nelle viscere argomenti  e credenze sostenute strenuamente dall’elite conservatrice della città più potente del mondo.

Interessante notare come ambedue gli artisti abbiano una formazione prettamente accademica, ma scelgano strade e linguaggi espressivi diametralmente opposti per rendere visivamente, nel rispetto delle tradizioni figurative dei propri paesi di provenienza, la propria estetica.

A Cai Guo-Qiang, attualmente Direttore degli Effetti Visivi per le cerimonie di apertura e chiusura delle Olimpiadi di Bejing del prossimo agosto, si dedica, per la prima volta nella storia del Guggenheim di New York, una personale che ripercorre gli ultimi 20 anni di opera dell’artista, presentando installazioni, dipinti, sculture, esplosioni, disegni con polvere da sparo. Le installazioni in mostra nella rotonda del Guggenheim e nelle sale del museo hanno un che di spirituale, di struggente, specie Head on, il branco di lupi esposto per la prima volta a Berlino nel 2006, a significare la straziante perdita di identità del singolo quando infervorato dalle dinamiche autodistruttive delle masse. L’installazione si arrampica in una intera sezione della rampa del museo, provocando un movimento ad onda degli animali, in dimensioni reali, che creano un crescendo nichilista fino ad abbattersi contro un muro di vetro, originariamente simbolo del muro di Berlino, ma oggi probabilmente simbolo di ogni muro che si oppone inesorabile ai tentativi di non-violenza. Ma nella cartella stampa per la mostra di quest’opera non si parla. Si spendono fiumi di parole a descrivere un altro -interessantissimo- segmento del corpus del lavoro dell’artista cinese: le opere con polvere da sparo. Indubbiamente tecnica rivoluzionaria, ma tutto sommato già vista sulle pagine dei libri di storia dell’arte, mentre pochissime parole sono spese per descrivere la fisicità di quei 99 lupi che ci hanno lasciato senza fiato, emozionandoci per l’ineluttabilità del messaggio trasmesso.

Takashi Murakami, Tan Tan Bo, 2001, Collection of John A. Smith and Victoria Hughes, Courtesy of Tomio Koyama Gallery, Tokyo, ©2001 Takashi Murakami/Kaikai Kiki Co., Ltd. All rights Reserved
Takashi Murakami, Tan Tan Bo, 2001, Collection of Jhon A. Smith and Victoria Hughes, Courtesy of Tomio Koyama Gallery, Tokyo

Proprio qui scattano le nostre riflessioni “site specific”: come mai le didascalie poste sotto ogni opera pullulano di riferimenti, di tentativi di lettura attraverso i principi dello yin e dello yang, del feng-shui, dell’agopuntura (vedi tigri in dimensioni naturali trafitte da centinaia di frecce, che evocano San Sebastiano) e questo branco di lupi mozzafiato, l’installazione più forte del museo, appena citata e poco descritta? Non essendoci più le due Germanie e decadendo i significati attribuiti all’epoca della sua prima esposizione, quest’opera, oggi, può essere riletta e riproposta con nuove allusioni. Non sarà, questo silenzio didascalico, la scelta di non entrare in contraddizione in un momento delicato in cui indisturbatamente si celebra un artista cinese al Guggenheim, mentre i suoi compaesani invadono il Tibet e massacrano i monaci…?

Sì, quel muro di vetro, il muro invisibile contro cui prima o poi andranno a sbattere gli uomini-lupi accecati dal moto uniforme del branco-esercito senza coscienza?

Ci siamo chieste quanto ci fosse di cinese in tutto questo. E francamente ci sembra che l‘importanza di quest’opera stia nella misura di un monito universale, che rimanda noi latini al celeberrimo homo homini lupus.

Tutti pazzi per l’oriente? Si, se questo oriente esprime una diversità culturale, vedi alternativa, nella misura in cui corrisponde a saggezza rassicurante. Da rimuovere però, più o meno consciamente, se questo va a “sfrucugliare” nelle memorie collettive e nei sensi di colpa individuali. Questo il motivo per cui le opere con la polvere da sparo, eclatanti performances che in qualche modo alludono agli “effetti speciali” -di cui il nostro sarà maestro durante le prossime olimpiadi- vengono enfatizzate dai curatori a discapito di quelle più “scomode”.

Ben altro messaggio quello di Murakami, la cui opera rappresenta in arte l’epitome del capitalismo per gli aspetti commerciali che la caratterizzano e si contraddistingue per una visuale caratterizzata da sfavillanti colori, forme polimorfe ammiccanti, a tratti fortemente erotiche come vuole la tradizione dei manga e degli anime cui Murakami si rifà nella sua fantasiosa fusione tra bene e male, dolcezza e perversione, humor e noir, in una percezione estetica unica che genera la proliferazione di immagini in serie ed icone ed amalgama le tradizioni giapponesi, americane ed europee. L’arte di Murakami e’ costruita intorno all’aspetto gioioso dei prodotti della cultura pop. Quasi tutti i suoi dipinti e le sue sculture sono pervasi da colori incredibilmente saturati e le sue forme derivano da cartoni animati e giocattoli. Ma ad un’osservazione attenta, la gioiosità si trasforma in cupo presentimento, nascondendo messaggi fortemente caustici, quando ci rendiamo conto che i colorati funghetti rappresentano le nuvole di fumo delle bombe atomiche e le ammiccanti figurine assumono contorni inquietanti se contestualizzati nell’ambito di oscure visioni ed incubi angoscianti. La sua frivolezza, il suo mondo ludico, veicola in modo geniale e prorompente l’immaginario positivo e negativo di una generazione di trenta quarantenni che non trovano dei veri e propri punti di riferimento culturali.

Chiara Carfi & Cristina Trivellin

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