Teatro

Ho le scimmie nella testa! Debutto allo Storchi di Modena di Ti regalo la mia morte, Veronika

Cervellotico, barocco, meta, molto meta. Meta-teatrale, meta-cinematografico. Forse Antonio Latella ci vuole dire che un classico dopo aver vacillato alle sollecitazioni del presente può anche sopportare di essere un testo da smontare, frantumare, rimontare e riempire, a più non posso. Purché il pubblico abbia visto il film Veronika Voss, altrimenti gran parte di questo Ti regalo la mia morte, Veronika in prima nazionale allo Storchi di Modena, scivola nel discorso autoreferenziale. Meta-teatrale innanzitutto. Latella cita e citando manipola le forme; quelle brechtiane: Monica Piseddu è una Veronika che sta sulla soglia tra platea e palco, artificio della recita e il realismo delle seggiole teatrali in proscenio.

Ti regalo la mia morte, Veronika, in scena Carpio, Piseddu, Acca. Foto di Brunella Giolivo
Ti regalo la mia morte, Veronika, in scena Carpio, Piseddu, Acca. Foto di Brunella Giolivo

L’effetto è il congelamento delle emozioni, magari dentro il bianco della scenografia (Giuseppe Stellato) e un “coro” di attori che ci dicono il loro recitare più che il personaggio. Dalla ribalta ci guardano, chiedono aiuto, parlano di una parte non scritta per loro, facile andare ai Sei personaggi pirandelliani. Ma il gioco dei rimandi tratta anche citazioni dirette come quell’albero fiorito della seconda parte, un engramma del Giradino dei ciliegi, depositato nella memoria teatrale nostra, di Latella e di Fassbinder.

Ti regalo la mia morte, Veronika, in scena Kehrberger, Piseddu, Nieri. Foto di Brunella Giolivo
Ti regalo la mia morte, Veronika, in scena Kehrberger, Piseddu, Nieri. Foto di Brunella Giolivo

Rimandi, dentro e fuori ma sopratutto dichiarati all’inizio con la radiocronaca della corsa dei cavalli che si sovrappone a quella della trama del film. La partita a scacchi tra cinema e teatro si complica. Doppi: sul quel palco diviso dal binario del carrello di una macchina da presa messa lì come soglia tra pellicola e realtà, e personificazione della regia post metteur en scène, non solo dell’amato Rainer.

La cinepresa  inquadra la platea, il doppio va all’incipit di Veronika Voss, specchio che rimbalza oltre gli attori, su un altro schermo di pelliccia bianca su cui schizzano le ombre, i cocci del vaso, gli squilli futuristi di un telefono “alla Marinetti”, le proiezioni della psiche, e ancora una volta il volto di Rainer.

Ti regalo la mia morte, Veronika, Monica Piseddu. Foto di Brunella Giolivo
Ti regalo la mia morte, Veronika, Monica Piseddu. Foto di Brunella Giolivo

La macchina da presa è un’altra scatola, questa volta meta-cinematografica. Si parla di montaggio e di trame che vanno a pezzi. Latella spazia nel cinema del regista bavarese, il tram di Veronika diventa quello del desiderio, i primati (in una intervista ha dichiarato di non usarli più) non sfigurerebbero sotto il monolite di Kubrick e il cappottino rosso salvifico della protagonista accarezza il buonismo di Shindler’s List. Rispetto a Le lacrime amare di Petra von Kant, da cui Latella è partito, questo spettacolo è una mise en abyme infinita che eccede nella seconda parte, quando il ritmo cardiaco, i palpiti dei battiti al microfono accordati sulle pulsazioni sonore di Franco Visioli s’allargano in intenti consolatori.

Ti regalo la mia morte, Veronika, Monica Piseddu. Foto di Brunella Giolivo
Ti regalo la mia morte, Veronika, Monica Piseddu. Foto di Brunella Giolivo

Il palco, con una carambola intellettuale, diventa luogo della morte per una vita più eterna. Prima di quel passaggio in cui riemergono certe allegorie zuccherose di Latella (il travestitismo ad esempio), per due ore non ci eravamo mossi sulle sedie scricchiolanti dello Storchi.

Fulgida la pulizia metaforica delle luci, potente l’uso disturbante dei costumi (prima dei gorilla albini e poi morbidi come la carne) e quel brano recitato da i Canti del caos di Antonio Moresco (coautore è Federico Bellini). Ci paiono eccessi barocchi invece il discorso sul cinema di Fassbinder trasformato in un rallenty alla Duglas Gordon, certe esagerazioni oniriche sotto il ciliegio, il gioco dichiarato dei personaggi che entrano ed escono da uno spazio tutto mentale (e surreale); la rappresentazione ambigua della scimmia come follia, mostruosità accogliente (per il pelo) e feroce per una maschera di gomma.

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Ti regalo la mia morte, Veronika, Monica Piseddu. Foto di Brunella Giolivo

È tutto in più rispetto all’assunto fassbinderiano: “vorrei quel silenzio che c’è prima di un film”. Ma del resto anche lui per evitare la perfezione, inseriva la dissonanza del disturbo.

Simone Azzoni

Ti regalo la mia morte, Veronika
di Federico Bellini e Antonio Latella, liberamente ispirato alla poetica del cinema fassbinderiano, regia Antonio Latella

Repliche al teatro Storchi di Modena fino al 10 maggio. Arena del Sole dal 12 al 16 novembre.
La tournée  prosegue a Cesena, Napoli, Pistoia, Parma, Brescia, Genova, Milano, Roma, Ravenna, Lugano, Liegi e Rennes.

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