Teatro

Danio Manfredini: il trucco e l’anima. Vocazione va in scena

“Io faccio l’attore, ma a chi importa se io ogni sera mi mangio la vita!” Ci si increpa nel corpo, ci si infrange nelle pieghe di una carne che cede alla marionetta, al gesto è parola che ora racconta, ora recita, ora inciampa nell’autobiografia compiaciuta di orgogliosa resistenza.
Il teatro è Vocazione. Lo spettacolo, visto come “studio” a Santarcangelo, ha preso la forma di una discesa, di un precipitare umano e professionale. Ma di attore si tratta. Di quella frontiera in cui il passaggio dall’Io all’ego è fragilissimo. Per questo un capolavoro di bravura attoriale può essere anche eccessivamente virtuosistico e manierista, in alcune furbizie come il finale o l’inizio, con quel Ridi pagliaccio che dà subito l’atmosfera un po’ pietista al tutto.

Vocazione di Danio Manfredini. Foto di: Manuela Pellegrini
Vocazione di Danio Manfredini. Foto di: Manuela Pellegrini

Il resto è da manuale. Anche negli eccessi già adottati in Cinema cielo: quelle maschere di lattice che aumentano il senso del grottesco e del vuoto. Già perché “a cosa serve fare gli spettacoli? A niente. È per quello che li faccio”. Dice Manfredini cucendo con canzoni e parole sue, autobiografie e pezzi celebri che esaltano la gloria della caduta. Si comincia con la Minetti di Thomas Bernard, anziano condannato alla recita, e poi il Gabbiano di Cechov per il fallimento dell’introspezione. Il percorso di dantesca memoria declina poi nella crudeltà di Testori e della sua Conversazione con la morte e nei panni lividi della sfiorita Elvira de Un anno con 13 lune di Fassbinder. Parodia macabra l’inversione di genere, lui diventa lei e viceversa, così è per Psicosi delle 4 e 48 di Sarah Kane e lo era stato per la Nina de il Gabbiano e il “diverso” servo di Scena di Ronald Harwood.

Vocazione di Danio Manfredini. Foto di: Manuela Pellegrini
Vocazione di Danio Manfredini. Foto di: Manuela Pellegrini

L’Amleto è un danzatore butoh, un canto di un cigno stanco è l’allusione ai tre Studi per una crocefissione. Aiutato dalla presenza recitativa classica del suo compagno di lavoro Vincenzo Del Prete (un gregario di lusso), Manfredini è pura poesia fisica. Teatro detto prima col corpo e poi con la voce. Un passo dopo l’altro nel delirio di un’ora d’aria. È poesia incarnata nello squilibrio di un corpo attraversato da un volo. Un folle volo dantesco, nelle paure, nei tormenti di una parte in cui stare forzatamente. Lì, sul palco, spazio da attraversare, come un postribolo in cui prostituire assieme al corpo, anche l’anima. Con ironia, e sottile sarcasmo. Perché il corpo può creare altro da sé e poi ritornare a sé. Può duplicarsi facendosi beffe di Artaud e dei suoi doppi.

Vocazione di Danio Manfredini. Foto di: Manuela Pellegrini
Vocazione di Danio Manfredini. Foto di: Manuela Pellegrini

La carne entra ed esce dai personaggi, entra nelle forme della marionetta ed esce stremata dalla malinconia della finitudine. Effimero è il teatro, come la voce, al microfono, declamante, stridula, usata come corpo, costretto ad essere un playback di se stesso. Essere attore per essere un tremore, una scossa. Un sussulto sul palco, là dove il camuffamento è l’eccesso necessario di finzione. E l’attore che pensa di essere artista si prende una pausa dall’esistenza, “prima di fare vela nello sconfinato amore”.

Simone Azzoni

Vocazione
di Danio Manfredini
con Danio Manfredini e Vincenzo Del Prete
Teatro Camploy – Verona
Prossime repliche: 17 marzo 2015, Asti (Teatro Alfieri); 20 e 21 marzo 2015, Prato (Fabbricone); 27 marzo 2015, Perugia (Teatro Brecht); 21 e 22 aprile 2015, Bologna (Arena del Sole)

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