Cinema

Festival del Film di Roma: Roma Termini

Nuovo appuntamento per il Festival Internazionale del Film di Roma 2014, dove abbiamo finora assistito alle proiezioni di Last Summer, Trash, I milionari, Still Alice e The Knick.
Per la sezione Prospettive Italia è stato presentato un documentario sulle vite che passano dentro e fuori la stazione capitolina. Roma Termini di Bartolomeo Pampaloni è un bestiario umano, sincero e maturo, al servizio delle storie di quattro senza tetto che si sono prestati come personaggi al giovane regista che li andava cercando. Un lavoro che ha l’intenzione di volersi fermare al racconto di storie che non si raccontano facilmente e senza alcuna volontà di denuncia o atteggiamento polemico.

Ribaltando la prospettiva pirandelliana era l’autore Bartolomeo Pampaloni che cercava i suoi personaggi. Quando ha iniziato a lavorare su questo progetto non aveva nessuno script, alcuna idea del quadro complessivo e men che meno del finale. Affascinato da come vivono, dal perché e come uomini e donne di varia estrazione si trovino in mezzo ad una strada, il regista ha chiesto la disponibilità ad aprirsi ai molti SDF (i sans domicile fixe, per dirla alla francese) della stazione Termini riuscendo a raccogliere l’appoggio di Gianluca, Stefano, Angelo e Antonio, che si sono aperti alla piccola telecamera digitale di Bartolomeo. Le difficoltà quotidiane di questi uomini, la loro solitudine e anche i loro ricordi sono messi in primo piano non solo metaforicamente: Bartolomeo riprende i suoi personaggi con close-up che svelano ogni ruga, ogni segno di degrado (le unghie sporche che servono a graffiare, i buchi sulle braccia per le iniezioni di metadone, i peli di barbe incolte e sporche).

Il lavoro sulla fotografia mitiga e migliora le riprese fatte con la telecamera a mano, spesso nascosta per potere sviare i controlli della polizia, e proviene dal background di fotografo prima che regista, già affascinato e attirato da questo genere di storie; come fotografo Pampaloni ha firmato reportage su famiglie che vivono negli slum del Bangladesh e sul mercato zingaro di Porta Portese con una forza quasi michelangiolesca. Commuoventi sono, ad esempio, i ritratti/close-up di Angelo, un uomo di circa sessantanni (che è morto ad inizio 2014), con degli azzurri occhi e dei ricci bianchi che gli cadono sul viso: il suo volto sembra scolpito nel marmo.

Pubblico e critica hanno apprezzato il lavoro, la capacità di penetrare le vite di questi uomini che diversamente abitano la stazione Termini e coinvolti dalla forza con cui è costruito il film, che si mantiene saldamente nel suo binario senza scadere nel banale o nel ricatto, nel senso di colpa, che una simile tematica può aprire. Bartolomeo Pampaloni ha fatto il suo mestiere e l’ha fatto bene.

 Erano forse gli stessi personaggi che cercavano il loro autore? Il regista ha salutato il pubblico al termine della proiezione sottolineando che l’assenza di uno spazio privato espone a tal punto da potere ricevere tutto ma anche dare tutto; nel momento in cui ci si apre, si sente un crescente bisogno di raccontare la propria storia e volere che questa sia raccontata. Pirandello docet.

Elena Cappelletti

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