Fotografia

Sulla scena del crimine. La prova dell’immagine dalla Sindone ai droni

Sulla scena del crimine: la fotografia forense è al centro di una singolare mostra presso CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, che ne ripercorre la storia attraverso undici casi-studio

Non capita spesso di riflettere sull’utilità di un’immagine fotografica. Solitamente l’attenzione è rivolta al suo valore affettivo, estetico, espressivo o semantico. Ma ci sono circostanze e contesti in cui la fotografia può rappresentare qualcosa di necessario e doveroso, facendosi portatrice di indizi e tracce altrimenti non accessibili o comprensibili. È il caso della fotografia forense, utilizzata come strumento al servizio dell’attività giudiziaria. Ad essa è dedicata la mostra Sulla scena del crimine. La prova dell’immagine dalla Sindone ai droni, in corso fino al 1 maggio 2016 presso CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino.

Protocollo di Alphonse Bertillon, Assassinio di Monsieur Canon, boulevard de Clichy, 9 dicembre 1914, vista per capovolgimento. Préfecture de police de Paris, Service de l’Identité judiciaire. © Archives de la Préfecture de police de Paris
Protocollo di Alphonse Bertillon, Assassinio di Monsieur Canon, boulevard de Clichy, 9 dicembre 1914, vista per capovolgimento. Préfecture de police de Paris, Service de l’Identité judiciaire. © Archives de la Préfecture de police de Paris

Ideata e curata da Diane Dufour, direttrice del centro parigino Le Bal e strenua indagatrice del concetto di immagine come documento, Sulla scena del crimine è il risultato di una ricerca condotta con l’ausilio di un team di esperti e durata ben tre anni, oggi presentata nelle sale di CAMERA attraverso un consistente ed eterogeneo corpus di opere, o meglio, documenti fotografici, visto che l’accezione artistica non è ascrivibile alle immagini esposte, sebbene alcune di esse siano caratterizzate da un’indiscutibile qualità formale.

In che modo le immagini hanno ricoperto e ricoprono il ruolo di prova nei casi di crimini e violenze individuali e collettivi? La mostra lo illustra ricorrendo a undici casi-studio che ripercorrono cronologicamente la storia della fotografia forense, partendo dai primi approcci fotografici alla scena del crimine verso fine ‘800 fino all’utilizzo odierno delle più avanzate tecnologie digitali. Si tratta di casi che ben esemplificano l’evoluzione dell’impiego scientifico della fotografia e parallelamente l’intersecarsi di potenzialità e limiti del mezzo fotografico nella ricerca della verità, giacché una fotografia può avvalorare e portare luce su quanto avvenuto, ma anche condurre fuori strada e ingannare. Difatti, tutta la mostra si muove sul sottile crinale che separa l’immagine-prova dall’immagine-enigma, in bilico tra la validità giuridica di uno scatto e la sua incapacità di rappresentare da solo una reale garanzia di verità, in sostanza tra il “potere tutto” e il “non dire niente”, secondo Dufour.

Protocollo Bertillon © Rodolphe A.Reiss, 1925. Collezione dell'Istituto di Polizia Scientifica e di Criminologia di Losanna
Protocollo Bertillon © Rodolphe A.Reiss, 1925. Collezione dell’Istituto di Polizia Scientifica e di Criminologia di Losanna

Affascinante e a tratti perturbante per il contenuto di alcune immagini e per la brutalità di gran parte dei fatti analizzati, Sulla scena del crimine chiede di soffermarsi su ogni singolo caso per comprendere in che modo la fotografia è stata chiamata a consegnare la verità nelle aule dei tribunali nel corso di oltre un secolo.

Si va dalle visioni zenitali e sinottiche della fotografia metrica, introdotta da Alphonse Bertillon nel 1903 e basata su un rigoroso protocollo scientifico stilato per rappresentare le scene del crimine, alla tecnica meticolosa e analitica delle rilevazioni fotografiche condotte dal chimico e fotografo Rodolphe A. Reiss, titolare della prima cattedra mondiale di scienze forensi nel 1906; dall’ambiguità dei primi scatti fatti da un fotografo amatoriale alla Sacra Sindone durante l’ostensione pubblica del 1898 a Torino fino all’aspra freddezza dei ritratti identificativi fatti a centinaia di migliaia di cittadini sovietici arrestati e poi condannati a morte tra il 1937 e 1938 durante il Grande Terrore nell’URSS. O ancora alla innovativa modalità con cui durante il processo di Norimberga del 29 novembre 1945, gli imputati nazisti furono posti faccia a faccia con i loro scellerati crimini attraverso la proiezione del film Nazi Concentration Camps, scrupolosa documentazione di quanto visto nei campi di concentramento.

Elizaveta Alekseïevna Voïnova, Russia, nato nel 1905 nel villaggio di Zakharovo, distretto Klinski, regione di Mosca. Studi secondari, senza partito, madre di famiglia. Residente a Mosca, via Manejnaïa 5, app. 9. Arrestato il 23 settembre 1937. Condannata a morte il 29 ottobre 1937. Giustiziato il 13 novembre 1937. Riabilitata nel 1989 © Archivi Centrali FSB e Archivi Nazionali della Federazione Russa GARF, Mosca, copie pubblicate dagli archivi dell’Associazione Internazionale Memorial, Mosca
Elizaveta Alekseïevna Voïnova, Russia, nata nel 1905 nel villaggio di Zakharovo, distretto Klinski, regione di Mosca. Studi secondari, senza partito, madre di famiglia. Residente a Mosca, via Manejnaïa 5, app. 9. Arrestato il 23 settembre 1937. Condannata a morte il 29 ottobre 1937. Giustiziata il 13 novembre 1937. Riabilitata nel 1989 © Archivi Centrali FSB e Archivi Nazionali della Federazione Russa GARF, Mosca, copie pubblicate dagli archivi dell’Associazione Internazionale Memorial, Mosca

Misfatto dopo misfatto, la mostra risale fino ai giorni nostri, puntando lo sguardo su eventi come la mappatura attraverso fotografie e disegni delle fosse comuni nel Kurdistan iracheno al fine di provare la distruzione della cittadina di Koreme, o come le più recenti indagini condotte da Forensic Architecture sugli attacchi con i droni avvenuti al confine tra il Pakistan e l’Afghanistan. Quest’ultimo caso in particolare getta luce sulle sempre maggiori difficoltà che si riscontrano oggi nel documentare certi crimini e nell’utilizzare le immagini come prove.

Tombe A-Sud, Koreme, Iraq del nord, giugno 1992 © Susan Meiselas, Magnum Photos
Tombe A-Sud, Koreme, Iraq del nord, giugno 1992 © Susan Meiselas, Magnum Photos

A causa della impossibilità di accedere a molte zone portandosi dietro qualsiasi dispositivo elettronico, infatti, eventi come gli attacchi via droni non possono essere registrati e ricostruiti in maniera adeguata se non attraverso rarissimi casi di reportage e testimonianze, come il breve video grazie al quale Forensic Architecture ha potuto risalire alle dinamiche di un attacco del 2012 e completare l’indagine con le foto che mostrano le conseguenze dell’assalto. Ma c’è di più. Tra le principali difficoltà e contraddizioni odierne messe in rilievo da questo caso, vi è anche il fatto che molti criminali possono avvalersi di tecnologie migliori rispetto a quelle in uso alla pubblica sicurezza: chi utilizza i droni, ad esempio, ha una risoluzione nelle immagini di gran lunga maggiore rispetto a quella delle fotografie satellitari utilizzate dalle ONG e dall’ONU per tenere sotto controllo la situazione.

Fotogramma estratto da Decoding video testimony, Miranshah, Pakistan, 30 marzo, 2012 © Forensic Architecture en collaboration avec SITU Research
Fotogramma estratto da Decoding video testimony, Miranshah, Pakistan, 30 marzo, 2012 © Forensic Architecture en collaboration avec SITU Research

Sollevando non pochi dubbi e domande – e ben vengano mostre simili che stimolano la riflessione, non ve ne sono mai abbastanza – Sulla scena del crimine esamina in che modo, quando e da chi le immagini raccolte sono state prodotte, poiché è indubbio che la capacità di un’immagine fotografica di fungere da prova sia connessa in buona parte all’interpretazione che ne viene data e alle volontà (anche politiche) che vi sottendono.

Ritratto di Josef Mengele proveniente dagli archivi SS e di Wolfgang Gerhard (lo pseudonimo di Mengele) ritrovata nell’abitazione dei Bossert in Brasile, coppia che lo ospitò sino alla sua morte. Queste immagini riportano le annotazioni di Richard Helmer, 24 punti che delineano i profili del volto. Courtesy Maja Helmer. © Behördengutachten i.S. von 256 StPD, Lichtbildgutachten Mengele, Josef, geb. 16.03.11 in Güzburg. Bundeskriminalamt, Wiesbaden, June, 14, 1985, courtesy Maja Helmer
Ritratto di Josef Mengele proveniente dagli archivi SS e di Wolfgang Gerhard (lo pseudonimo di Mengele). Questa immagine riporta le annotazioni di Richard Helmer, 24 punti che delineano i profili del volto. Courtesy Maja Helmer. © Behördengutachten

Nel voler attestare la verità, il documento fotografico non è mai disgiunto dalle parole e dal contesto, ed è proprio l’insieme di queste cose a permettere di riconoscere o meno il crimine nell’immagine, con la consapevolezza che “l’avvicinarsi alla verità attraverso l’immagine è un esercizio complesso, pericoloso, non privo di calcoli di probabilità e margini d’errore”, come sostiene Diane Dufour.

Francesca Cogoni

Sulla scena del crimine. La prova dell’immagine dalla Sindone ai droni
CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, Torino
fino al 1 maggio 2016
camera.to

Related posts