Urban art

Urban Art Map: USA – San Francisco

Los Angeles, con la sua decennale ed insieme singolare vicenda, contende la funzione di faro dell’arte urbana della West Coast alla rivale San Francisco, non da meno nel rappresentare un crocevia storico e contemporaneo dei linguaggi di espressione creativa metropolitana.

RW (Reckless Writers) è la sigla della prima crew cittadina nel panorama degli “hip-hop graffiti”, ovvero quelli di New York, che si propagano in quest’area attraverso la diffusione di documentari, come Wild Style e Style Wars, e attraverso la testimonianza diretta nelle trasferte di alcuni suoi protagonisti, tra questi Zephyr nei primi anni Ottanta.

Rif, Dug e Cuba – quest’ultimo proveniente da Baltimora – divulgano inizialmente lo stile della subway di New York, quello che da queste parti sarà conosciuto come “funk style”, presto competitor del più originale “new wave style”, differente dal primo per la maggiore complicazione della tecnica, vestita di un più ricco e acceso cromatismo. La contrapposizione dei due stili riflette quella tra TMF e TWS, le due grandi crew di Richmon e di Mission District, che fino agli anni Novanta scandiscono le tappe della cronaca dei graffiti nella Baia di San Francisco. In una città dove il servizio di trasporto sotterraneo è di fatto assente, i writer indirizzano le proprie azioni verso altri obiettivi: tra i più colpiti, i bus del sistema di trasporto urbano: pratica molto diffusa in tutta la California, che a San Francisco produce la definizione di uno stile di tagging fluido e curvo, dovuto alla velocità con cui il pennarello viene fatto scivolare sulle superfici e sui i vetri delle fiancate dei mezzi nello spazio di veri e propri attacchi a più mani. Ma la vera battaglia dello stile viene compiuta dai pezzi sui muri della città e un luogo in particolare assurge a simbolo di quasi una generazione di writer della Baia. “Psycho City”, un parcheggio nell’area di Market Street, così ribattezzato dal pezzo di Dug qui realizzato nel 1986, ha rappresentato la palestra e l’arena per decine e decine di ragazzi che su questi muri si sono dati appuntamento, sino a quando un inasprimento deciso della lotta anti-graffiti ne ha causato la chiusura nel 1993, provocando il sensibile aumento della pratica illegale del writing in tutta la città.

Psycho City, 1989, photo by Jay Kullman
Psycho City, 1989, photo by Jay Kullman

La pratica e l’estetica dei graffiti a San Francisco hanno sempre sperimentato nel tempo la penetrazione di numerose influenze esterne, che ne hanno rinvigorito il carattere e delineato le modalità. Con l’arrivo di Kr da New York l’attività di street-bombing (tag e throw-up) ottiene una spinta decisiva rispetto al piecing (realizzazione di pezzi più elaborati). Su questa linea d’onda si situa l’instancabile e fertile attività di Tie, giovane writer che nel 1998 viene ucciso da un residente durante una sortita appena compiuta per dipingere il tetto di un palazzo. Ulteriori stimoli giungono con la presenza in città di alcuni membri delle crew AWR ed MSK da Los Angeles, tra cui Saber e Revok. Il loro apporto dona nuova linfa alla competizione artistica dell’area e forma artisti locali quali Steel e Reyes, quest’ultimo fautore di una veste formale rigogliosa e lussureggiante che gareggia per complicazione con gli aggrovigliamenti ad alta saturazione cromatica di Apex.

Reyes, 2011, photo by Aaron Durand
Reyes, 2011, photo by Aaron Durand

È però specialmente la figura di Barry McGee ad emergere prepotentemente da questo animato scenario, diffondendone l’immagine e la conoscenza ben oltre i suoi originari confini geografici. Nel corso dei primi anni Novanta, McGee, allora conosciuto nell’ambiente del writing come Twist, inizia a tappezzare i muri della città con elementi iconici alla stregua di caricature di facce ed oggetti, immettendo nel panorama dell’arte urbana dominata dai graffiti soluzioni inedite, che insieme ai cavalli realizzati da Ruby Neri a.k.a. Reminisce seminano l’avvento di un nuovo codice figurato. Il successo ottenuto da McGee è strettamente connesso al precoce rapporto della sua arte con gallerie ed ambienti più convenzionali, che lo ha portato nel 2001 sino alla Biennale di Venezia.

Barry McGee, photo by All Seeing
Barry McGee, photo by All Seeing

Barry McGee e Reminisce formano parte della poi battezzata “Mission School”, gruppo non organizzato di artisti ispirato nel corso degli anni Novanta da forme creative marginalmente sanzionate, comprese quelle di strada, appartenenti al campo della cosiddetta Lowbrow art[1]. Il grande rettangolo di Mission District diviene il nodo centrale attorno a cui gravita la vita di questa poliedrica comunità artistica. Il legame di quest’area con l’arte ha radici strettamente intrecciate all’origine latina (Chicana) di buona parte dei suoi abitanti e alle iniziative artistiche a questi connessi, promotrici a partire dai primi anni Settanta di forme di attivismo politico e sociale attraverso la pratica muralista. Balmy Alley e Clarion Alley sono le due arterie di Mission in cui questa significativa tradizione, proseguita oggi da numerosi progetti e organizzazioni, si rende massimamente visibile. Accanto alla parte programmata e commissionata, la zona ha continuato a rappresentare una meta di primo livello per la proliferazione della street art illegale, di cui le ruvide e scorbutiche figurazione di Neckface costituiscono un esempio, sebbene ultimamente siano emerse significative attività anche nei quartieri di Tenderloin e South of Market.

Clarion Alley, photo by Lauren Golightly
Clarion Alley, photo by Lauren Golightly

Una menzione particolare sulla mappa di San Francisco va al Billboard Liberation Front, un’organizzazione di attivismo metropolitano nata nel 1977 che, con la sua attività di subvertising (manipolazione del significato delle immagini pubblicitarie), ha nutrito pratiche di appropriazione ed alterazione visiva e testuale fatte successivamente proprie dalla street art.

Il tour degli Stati Uniti trova il suo completamento nell’estremo ovest, sulle Isole Hawaii, dove il Pow! Wow! Festival, di anno in anno più grande ed internazionale, testimonia ulteriormente il successo e la capillarità geografica raggiunta da manifestazioni di muralismo urbano contemporaneo.

Egidio Emiliano Bianco

 

[1] Termine coniato nel 2006 da Robert Williams, fondatore, assieme ad altri, nel 1994 a San Francisco della rivista Juxtapoz, ancora oggi riferimento del settore.

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