Urban art

Urban Art Map: USA – Los Angeles II

L’epoca del wild-style a Los Angeles (qui la prima parte)  viene introdotta da Risk e dalle sue pionieristiche imprese sui sovrappassi in autostrada, culminando, nel decennio successivo – dopo la metà dei Novanta – con gli interpreti delle celebri AWR ed MSK crew, tra i quali Pose, Revok e Saber, quest’ultimo entrato nella leggenda dopo aver dipinto durante 35 notti di un intero anno un pezzo dalle dimensioni straordinarie (76×17 metri) sulla superficie della sponda di contenimento del L.A River.

: Saber, L.A. River, 1997
Saber, L.A. River, 1997

Le ampie pareti oblique che accompagnano il corso del fiume sono divenute una gigantesca esposizione di graffiti, arricchitasi nel 2008 del megablocco della crew MTA, lungo ben mezzo chilometro, prima delle costose sbiancature dell’anno successivo. Los Angeles è inoltre la patria dei graffiti “volanti”: pannelli di direzione autostradali e grandi cartelloni pubblicitari (billboards) caratterizzano il tipico orizzonte stradale della metropoli, divenendo target tra i più ricercati dai writer più audaci.

Revok, Los Angeles, 2011
Revok, Los Angeles, 2011

Latine sono pure le origini di un altro filone dell’arte urbana, quello muralista, che in California risalgono alle commissioni degli anni Trenta ai muralisti messicani, e, passando per il movimento artistico Chicano degli anni Sessanta, alimentano la scena attuale, reduce innanzitutto dall’esperienza più prossima del writing, con El Mac, Retna e Augustine Kofie assoluti protagonisti del genere.

Oggi Los Angeles assolve a un ruolo di primo piano nella proliferazione dell’arte urbana – street art e muralismo in primis –, sempre più inglobata nell’atmosfera glamour ed esclusiva che si respira nei distretti più celebri della città. Così Hollywood e l’Arts District, centri di produzione creativa, ne diventano il palcoscenico, assecondandone l’accostamento ai circuiti mainstream della cultura. Numerosi artisti internazionali vengono attratti da queste ribalte, e non è un caso che street artist del calibro di D-Face e Banksy ne abbiano fatto una meta abituale, con l’inafferrabile artista di Bristol impegnato su questi muri soprattutto durante la promozione della mostra Barely Legal, nel 2006, e del documentario candidato all’Oscar Exit Through the Gift Shop, nel 2011.

Morley, Hollywood
Morley, Hollywood

Tra le immagini più comuni di questi luoghi, non è difficile imbattersi nei tipografici messaggi dei poster di Morley o nella complessa scrittura segnica di Retna, al di là delle inconfondibili composizioni a manifesto del più noto artista qui di base, Shepard Fairey. Conosciuto universalmente anche con lo pseudonimo Obey, su cui ha costruito un impero col merchandising, è considerato uno dei più popolari, ricchi e influenti street artist al mondo, pienamente assorbito nei più alti strati del  sistema e del mercato dell’arte. Profondo conoscitore dei sistemi comunicazione contemporanei, Fairey ha saputo creare sin dalle sue prime campagne di diffusione massiccia di sticker – a partire dal 1989 – un fenomeno anzitutto mediatico e poi artistico. Il suo linguaggio fiorito, e tuttavia diretto, si nutre di innumerevoli forme di appropriazione di immagini e motivi – dal Secessionismo viennese al Costruttivismo russo, dalla propaganda di regime alle locandine cinematografiche – che con abilità pubblicitaria rielabora e “brandizza” in un continuo remix di nuova efficacia comunicativa, spesso con implicazioni sociali e politiche.

Shepard Fairey, Arts District
Shepard Fairey, Arts District

Su questa medesima strategia ha elaborato nel 2008 il celebre manifesto Hope, per supportare la campagna di candidatura di Barack Obama alle elezioni presidenziali; il clamoroso impatto mediatico raggiunto da questa immagine gli è valsa la definitiva consacrazione internazionale.
Shepard Fairey insieme a sei decenni di arte urbana a Los Angeles, New York e altre città del mondo sono stati protagonisti della grande mostra Art in the Streets, tenuta nel 2011 al MOCA di Los Angeles. Curata da una tra le personalità di maggior spicco nel campo, Jeffrey Deitch – già curatore del Bowery Mural di New York e di Wynwood Walls –, la mostra ricostruisce per la prima volta in una grande istituzione americana la storia dei graffiti e della Street art, avvalendosi anche della collaborazione di Aaron Rose, già gallerista e soprattutto co-curatore e regista di Beautiful Losers, mostra (2004) e poi film-documentario (2008) sulla parabola della street culture americana.

Egidio Emiliano Bianco

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